LA GUERRA PREVENTIVA
Op-ed 3/8
James Dobbins è uno dei più autorevoli esperti di nation building. Già funzionario del Dipartimento di Stato, oggi è senior fellow alla Rand di Washington. Ha partecipato a praticamente tutte le pianificazioni post belliche degli Usa dagli anni ’80 in poi. E su “Foreign Affairs”, (issue September/October 2007) ha scritto un bellissimo articolo sulle responsabilità del fiasco iracheno. Condivisibile sotto diversi punti di vista, a partire dall’accusa al Pentagono di Rumsfeld (e non solo) di non aver prestato attenzione alla fase della ricostruzione irachena. Ciò che mi interessa evidenziare è però il riferimento alla preemption. Dobbins suggerisce al prossimo inquilino della Casa Bianca di rinunciare al lessico e di togliere la preemption dai documenti ufficiali. “Bisogna – però avverte – lasciare sempre intendere al nemico che l’ipotesi di attacco preventivo resta sul tavolo”. Dubito di questo approccio. La grande rottura di GWB è stata proprio inserire la preemption nella National Security Strategy e farla coincidere con la prevention. In altre parole, si deve agire preventivamente anche quando il pericolo non è visibile, ma prima che diventi tardi per poter agire. Su queste basi teoriche (e non solo) l’America attaccò Saddam. La dottrina della guerra preventiva – meglio però riferirsi a raid mirati preventivi – è corollario della “One percent Doctrine” la cui paternità è attribuita a Cheney. Ovvero, l’America del post 11 settembre non può più permettersi di agire se e solo se ogni dato possibile rivela un pericolo immminente. Basta invece una piccola zona oscura – ecco l’1% – per poter intervenire come se ci fosse “la certezza” di un attentato. Tesi azzardata a prima vista, ma pienamente in linea con la revisione delle strategie nell’era post 11 settembre. Basta l’1 per cento di dubbio perché sia “certa” la risposta americana. Dobbins ha ragione quando suggerisce che il nation building deve essere intrapreso consapevolmente e solo se la nazione (e i suoi governanti) ha piena coscienza dello sforzo immane e a lunga durata che l’America si appresta a fare; è pure condivisibile la sua tesi sul fatto che la democratizzazione è un processo cui Washington non può rinunciare perché insito nel suo Dna, ma deve tenere conto dei rischi e dei costi. Ma addolcire la preemption sarebbe invece una marcia indietro pericolosa e manderebbe un segnale di debolezza al mondo: per quale fine? Per ristabilire un feeling con gli alleati? Difficile. Semmai, l’America dovrà imparare a ricorrere alla guerra preventiva solo in presenza della certezza della vittoria. E’ questo l’unico limite (e non è poca cosa) della preemption.
