POTUS ‘08 at IL MONDO DI WOLFIE

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HILLARY CLINTON

di Alberto Simoni

Basta il nome per dividere la platea: un americano su due l’adora, l’altra metà del cielo la odia. E’ sempre stato così. Qualche oscillazione impercettibile nei sondaggi, ma Hillary Rodham Clinton è questa: prendere o lasciare. Solo su una cosa ammiratori e detrattori concordano: è testarda. Eppure se oggi comanda il plutone di candidati democratici alla Casa Bianca con piglio deciso e forte di un consenso che sfiora il 46%, Hillary Clinton, nata 60 anni fa nell’Illinois, ex first lady, avvocato, ministro-ombra nella prima Amministrazione del marito, ex repubblicana (nel 1964 fece campagna elettorale per Goldwater), lo deve proprio alla sua testardaggine. Quando nel luglio del 1999 nella villa del senatore di New York Daniel Patrick Moynihan, annunciò la candidatura al Senato, i democratici iniziarono a sudare freddo. Una progressista era quanto di più lontano per catturare i consensi dei conservatori dello Stato di New York, quelli che lontano dai grattacieli di Manhattan menano le danze e hanno eletto il repubblicano George Pataki governatore. Howard Wolson, allora come oggi capo della comunicazione di Hillary, tentò di convincerla a concentrarsi sulla Grande Mela e sui dintorni. La first lady lo fulminò: “Voglio andare lassù”. La carovana si mise in moto e battè palmo a palmo ogni contea. Il 7 novembre del 2000 la Clinton vinse. Prese il 55% e arrivò a Capitol Hill grazie proprio alla spinta delle contee che Wolfson avrebbe voluto snobbare. Sette anni dopo la senatrice Clinton tenta un altro balzo: prima donna ad aspirare (seriamente) alla Casa Bianca. Già questo basterebbe per riempire pagine di giornali e riviste. Ciò che però colpisce di Hillary è la capacità di “sopravvivenza” politica. Da quando il marito Bill mise piede al 1600 Pennsylvania Avenue, gli scandali hanno accompagnato la vita della coppia presidenziale: il Whitewater divenne Filegate che divenne Sexgate. Con Hillary sempre nell’occhio del ciclone: da affarista spregiudicata a “spia” dei repubblicani sino a moglie tradita, senza mai crollare.  

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Nemmeno nel 1993 la first lady crollò. Quando il Congresso cassò senza mezzi termini il piano di riforma del sistema sanitario scritto di suo pugno (su incarico del marito), Hillary se ne andò sbattendo la porta e “insultando” mezza Casa Bianca. Il suo piano era perfetto – almeno così le appariva, riconobbe poi – che non solo non poteva essere rigettato ma nemmeno riformato. Leon Panetta, allora consigliere di Clinton e poi suo capo dello staff, tentò di dissuadere Hillary dall’affrontare il Congresso senza mediazioni. Non lo ascoltò e il progetto per dare una copertura sanitaria pubblica a tutti gli americani finì nel cestino. Nel 1994 gli Usa sull’onda della disaffezione per i Clinton votarono in massa per i repubblicani guidati dal conservatore Newt Gingrich. Nemmeno con i militari le cose per Hillary andavano meglio: un insider della Casa Bianca ha raccontato che la first lady aveva una repulsione per i soldati e pretese – senza ottenerlo – che nella maison presidenziale i consiglieri vestissero abiti civili. Quando incontrava un generale girava lo sguardo. Da quando siede nella Commissione Forze Armate del Senato ha provato a fare pace con divise e stellette. La letteratura pro e anti Hillary è sterminata. “Buzz” Paterson nel suo “Dereliction of Duty” narra di quando la first lady obbligò l’elicottero presidenziale a tornare a terra perché aveva dimenticato gli occhiali da sole. Eccessi, manie di grandezza. Eppure se chiedete ai newyorchesi cosa pensano della senatrice Hillary, gli elogi sono infiniti. Al Senato si è guadagnata la fama di lavoratrice instancabile. Rivede personalmente tutte le bozze dei report del suo staff, non c’è tema sul quale non abbia speso almeno un po’ di tempo per informarsi. Rappresentare New York, dover “portare” a casa fondi, leggi e finanziamenti per i suoi elettori, ha reso Hillary più pragmatica, meno idealista e presuntuosa e più disposta al compromesso. Basta guardare la guerra in Iraq. Non che ne stia con i sostenitori del surge, ma quando chiede “bring troops home”, il suo non è il grido di una pacifista incallita o di un populista. Anche sull’aborto, tema dei temi quando ci si addentra sul campo dei cosiddetti “valori”, la senatrice sembra meno granitica nelle sue certezze pro-choice. Oggi Hillary viaggia con il vento in poppa. Anche se gli scandali la tallonano come un marchio di fabbrica. L’ultimo è quello del faccendiere Hsu da cui, per strani giri, il suo comitato elettorale ha incassato 850mila dollari. Quando, la settimana scorsa Hsu è stato arrestato in Colorado, Hillary ha restituito i soldi. I maligni dicono con perfida ironia che se tornerà alla Casa Bianca violerà la Costituzione Usa. “Nessuno può essere presidente per più di due mandati”. Sottointeso, Bill Clinton per 8 anni è stato un prestanome. Hillary tira dritto e intanto incanta metà nazione. E’ presidenziale, tosta, decisa. E non sbaglia un colpo. Resta un dubbio: l’America è pronta per una donna presidente? (8. fine)

FRED THOMPSON 

di Alberto Simoni 

Fred Thompson deve la sua fortuna politica a un trattore e alla stravagante ma azzeccata scelta del suo stratega elettorale Tom Ingram. Tennessee, primavera del 1994. Fred Thompson, avvocato diventato lobbista, trasformatosi in attore, e “convertito” alla politica, fronte repubblicano, era in lizza per il Senato Usa. A fronte di un’immagine solida, vincente, accattivante costruita nel decennio seguente, il Fred Thompson che si presentò alla sua gente, non era – nelle parole del politologo Mike Kopp – «esattamente elettrico». Eufemismo per dire che non sapeva eccitare i cuori. In maggio, Thompson, indietro nei sondaggi, meditò di lasciare. E qui entrò in scena Ingram. «Sei come la tua gente, sali su questo pick-up rosso e gira le contee», gli ordinò. Quel trattore lo catapultò al seggio che fu di Al Gore a Washington. Tredici anni dopo, Fred Thompson, 64 anni, è pronto a varcare la soglia del 1600 di Pennsylvania Avenue. Aveva scartato l’idea di correre per la presidenza lo scorso anno. Ma le cose cambiano. Quando l’ex speaker della Camera Newt Gingrich, definì il lotto dei candidati del Gop «dei pigmei», Thompson intuì che si poteva fare. E l’altra sera l’ha fatto in diretta tv. Se pure il giudizio di Gingrich sui «pigmei» è in linea con sue certe iperboli verbali, è pur vero che la base del partito non s’infiamma a pensare a Giuliani, o a McCain, o a Romney. In fondo l’ex scialbo Fred Thompson, ha scoperto negli 8 anni al Senato (1994-2002) la stessa forza comunicativo e l’appeal di Reagan. Meno ideologico del 40esimo presidente, è l’unico che ricalca appieno i connotati del candidato ideale conservatore: falco quanto basta in politica estera, severo sull’immigrazione senza essere pregiudizievole a nuovi ingressi, contrario all’aborto e alla regolamentazione delle armi, e soprattutto sostenitore del contenimento della spesa pubblica.

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 A scorrere il suo curriculum però si scopre altro: fu il primo a salire sul carro della legge McCain-Feingold sulla riforma dei finanziamenti elettorali che ancora oggi fa ribollire di rabbia i conservatori. E fu lui a criticare i compagni di partito per la crociata lanciata contro Clinton nel sexgate. Piace alla base non solo per il suo “reaganismo”, per la sua aderenza ai principi conservatori, ma anche perché la sua è una «storia americana». Nato in una famiglia umile di Lawrenceburg, un’infanzia serena alle spalle, la carriera di Thompson è costellata di scatti, frenate e opportunità piovute dal cielo e afferrate con incredibile e invidiabile intuito. A 18 anni la sua fidanzata Sarah Lindsey restò incinta, la sposò subito e concluso il liceo si mise a lavorare. Il matrimonio finì nei primi anni ’90 quando Fred incontrò l’attuale compagna Jeri, bellissima e capace assistente del Congresso, 20 anni più giovane e gran capo della campagna di “Fred 2008”. Mr. Lindsey ai tempi titolare di uno studio legale, “costrinse” il genero Fred a laurearsi in legge. Da lì l’ascesa: prima avvocato nello studio di famiglia, poi il balzo a Washington membro della commissione d’inchiesta, versante repubblicano, sul Wategate. Quando costrinse un tramortito assistente di Nixon, Alex Butterfield ad ammettere che c’erano sistemi per ascoltare le intercettazioni nello Studio Ovale, si accese per la prima volta la sua stella. Prima di una lunga serie di “rivelazioni”. Tornato in Tennessee, gli venne chiesto di interpretare se stesso in un film. S’innamorò della recitazione. E fece carriera: fu l’ammiraglio in “Caccia a Ottobre rosso”, in “No Way Out” il capo della Cia. Ruoli da leader, forti, «presidenziali». Come quello di Arthur Branch, procuratore di New York nella serie “Law&Order” che lo ha catapultato nel gotha della tv. Sarà anche per questa sovraesposizione mediatica che Thompson ha impiegato così tanto per scendere nell’arena. Ci pensò seriamente in marzo, quando già Hillary, Obama e Giuliani battevano l’America a caccia di appoggi e denari. Lui si limitò a costituire un Comitato d’azione in base alla legge 527 e a «test the water» (liberamente traducibile in «sondare il terreno»). Ciò gli ha permesso di raccogliere fondi ma di avere meno restrizioni rispetto a un vero e proprio comitato elettorale. Soprattutto la sua immagine di “quasi candidato” ha potuto bellamente fare capolino sulle tv, nei panni del “duro” e simpatico Arthur Branch, aggirando divieti e par condicio. Ora però – dopo che ieri sera al Jay Leno show, Fred Thompson ha formalmente annunciato che correrà per la Casa Bianca – salire quello scalino sarà più difficile. Gli avversari ora le acque le smuoveranno per bene. E gli scheletri nell’armadio potrebbero saltare fuori a frotte. Già da un mese le indagini sul passato e i comportamenti dell’irreprensibile “procuratore” si erano intensificate: venne fuori che nel 1991 Thompson fece pressioni sulla Casa Bianca a favore di un’organizzazione pro-aborto e intascò oltre 700mila dollari. Il neo candidato dovrà pure spiegare il successo nel mondo dei lobbysti dei due figli proprio nel decennio coincidente con il suo impegno al Senato. Nulla comunque cui Branch-Thompson non sia preparato.  (7.continua)

7 settembre 2007

 JOHN EDWARDS

Alberto Simoni

Dicembre 2004: nella sua casa di Georgetown, il quartiere più trendy di Washington, John Edwards chiamò a raccolta amici e consulenti: i compagni della partita che lo aveva visto soccombere in tandem con John Kerry contro le armate di Bush-Cheney. «Voglio correre ancora per la presidenza», esordì Edwards. Le ferite della disfatta erano ancora aperte, eppure l’affascinante John stava già affilando le armi. Il problema era come investire il capitale politico e la visibilità che la sfida per la Casa Bianca gli aveva procurato: think tank, università, fondazioni, impegno sociale? E su quali argomenti focalizzarsi. Più dubbi che certezze. La moglie Elizabeth, 4 anni in più e un tumore appena reso pubblico da sconfiggere, lanciò il sasso: «Occupati di povertà». Tema di scarso appeal politico, anche dalle parti della sinistra Usa. Dai tempi di Robert Kennedy i democratici avevano messo la sordina alla “poverty”. Durante il decennio di Reagan era calato un imbarazzante silenzio. Nemmeno Clinton aveva investito molto, preferendo esaltare le virtù della globalizzazione, del mercato libero e del pareggio nel bilancio. Non si conquista la Casa Bianca andando in giro per l’America promettendo programmi di assistenza pubblici (pagati cioè dai contribuenti) e dicendo all’1 per cento di super ricchi che controlla il 19% del reddito nazionale, che le tasse saranno alzate. Eppure Elizabeth fece centro. Conosceva il marito più di chiunque altro e sapeva che era quello il tema che più lo esaltava e lo coinvolgeva. Così Edwards fondò un centro studi sulla povertà all’Università della Nord Carolina, organizzò seminari e conferenze con i maggiori esperti progressisti nel settore. Il 28 dicembre del 2006 annunciò la candidatura alla nomination democratica, e scelse la New Orleans devastata da Katrina per tornare nell’arena. Poveri, anziani, operai, impiegati: John Edwards parla soprattutto a loro. A quell’ala sinistra del partito democratico che guarda con scetticismo alla commistione fra lobby e politica incarnata da Clinton, che vuole il ritiro dall’Iraq e che «a quelli di Washington» preferisce l’outsider. Già, l’anomalo outsider Edwards. Pur avendo respirato l’aria di Capitol Hill, Edwards lavora dal 2004 per «ripulirsi» l’anima e rifarsi un’immagine immacolata. Tre anni fa lo stratega Bob Shrum gli cucì addosso l’etichetta di centrista e di nuovo JfK convinto fosse vincente. Avvocato di successo, di bel aspetto, dalla retorica sopraffina, famiglia di umili origini. Una carriera conquistata passo dopo passo con fatica. Edwards, praticando l’avvocatura a favore dei più deboli, era riuscito a diventare una star del foro: cause milionarie vinte e da prime pagine significano parcelle record. Un “self man made” che la gente del Nord Carolina aveva mandato a Washington nel 1998 per far sentire a «quelli lassù» la voce della gente. Shrum lo persuase a votare sì alla guerra in Iraq: «Un grave errore», lo ha definito di recente Edwards.

 

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Così se nel 2004 John Edwards era solo un anti-Bush, oggi parla contro la Washington dei palazzi che si è allontanata dal Paese. «L’America non ha bisogno di cambiamenti, ma di una rivoluzione, di una scossa. Ed è questo il momento per cambiare», ha detto nel New Hampshire il 31 gennaio del 2007. Scossa che nel suo linguaggio significa: azzerare parte dei tagli alla tasse di Bush, costruire un regime di assistenza sanitaria universale e pubblica, ritirare le truppe dall’Iraq, riformare il sistema fiscale per ridistribuire le risorse e portare il salario minimo a 9,50 dollari l’ora. Eppure il curriculum di Edwards non è così lindo. Non almeno per l’esigente elettore americano. Che gli rinfaccia una casa con piscina e campo da squash, e soprattutto un impiego nel 2006 alla Fortress, società di hedge fund che gestisce mutui sub-prime. «Nulla di male negli hedge fund – ha scritto sul New York Magazine Matt Bai – ma difficile da giustificare quel lavoro davanti alla gente che dai sub-prime è rimasta schiacciata». «È vero sono ricco, ma gli americani vogliono un presidente che non sia un uomo di successo?», ha replicato l’interessato. Se è azzardato puntare le fiches sulla “poverty”, è pur vero che Edwards ha imparato la lezione del 2004. Arrivò in Iowa da sconosciuto, forte di appena sette comitati elettorali locali. Fece bene, ma vinse Kerry. Oggi ha un “suo” uomo in ognuna delle 99 contee dello Stato granaio. Ha parlato in tutti i 1800 distretti elettorali. «È più qua che a casa sua», ha ammesso il direttore del Des Moines Register, il quotidiano più diffuso in Iowa. James Carville, guru di Clinton, non lo dà per “morto”. Se sfonda in Iowa e New Hampshire – ha detto alla rivista Rolling Stone – diventa dura fermarlo». Partire bene è la chiave. Così come tessere alleanze sul campo. Con i sindacati degli operai e degli impiegati ad esempio. Dal 2004 ha partecipato a 180 raduni di organizzazioni del lavoro. E poi Edwards da tempo ha una certezza. «In campagna elettorale conta chi sei non le idee che proponi». Ovvero, meglio essere chiaro su un tema a rischio come la povertà che fare la fine di Kerry, distrutto dalle sue stesse ambiguità. (6.continua

26 agosto 2007

 

 

MITT ROMNEY

 

di Alberto Simoni

 

John Kerry e Mitt Romney non si sopportano. Il primo è il classico bostoniano di Beacon Hill, il cuore dell’élite un po’ snob del New England: il secondo, anch’egli un miliardario manager di un fondo di private equity, da anni ha intrapreso una battaglia culturale contro i liberal dei salotti radical chic dell’East Cost. Eppure i due hanno il medesimo tallone d’Achille: per loro il principio di non-contraddizione aristotelico è un optional. Per dirla con gli americani, Romney e Kerry sono due “flip-flops”; ovvero mancano di coerenza e cambiano posizione a seconda delle convenienze. Le ambiguità hanno ucciso le speranze di Kerry nel 2004 di scalzare Bush dalla Casa Bianca. Celebre la frase che annientò le sue ambizioni: «Ho votato a favore degli 87 miliardi di dollari per la guerra in Iraq prima di votare contro». Mitt Romney addirittura rischia di non arrivarci nemmeno alla nomination. Oggi la sua corsa verso il trono del Gop è un zig zag per cercare di far dimenticare quando – fino a 4 anni fa – era favorevole all’aborto, non ostile alle unioni gay e sostenitore dell’utilizzo di embrioni per la ricerca scientifica. Il conservatore Weekly Standard gli ha servito lo scorso febbraio un benvenuto avvelenato nella corsa alla presidenza andando a ripescare il testo del faccia a faccia che Romney ebbe nel 1994 con Ted Kennedy. Il repubblicano, all’esordio politico, ambiva al seggio del Senato del patriarca dei Kennedy, che invece stravinse. Nel dibattito tv dichiarò di «sostenere il diritto di scelta delle donne». Poi uscì dallo studio e diramò un comunicato nel quale prendeva le distanze da quanto aveva detto. Un analista commentò ironicamente: «Romney non è pro-choice e nemmeno pro-life: è un multi-choice». Nella primavera del 2002 tentò con successo la scalata alla carica di governatore del Massachusetts. L’organizzazione Planned Parenthood, che si occupa di pianificazione familiare, gli sottopose tre quesiti. Romney scrisse sul questionario tre netti sì al diritto di aborto, al finanziamento pubblico dell’interruzione di gravidanza per i poveri e a rendere più facile comprare la pillola del giorno dopo. Da governatore è riuscito ad addolcire le sue posizioni e si è pure conquistato la ribalta nazionale per l’opposizione strenua – ma finora inefficace – alla sentenza della Corte suprema statale che aveva giudicato valida una legge che ammetteva i “matrimoni” omosessuali. E pure sulle cellule staminali, Romney ha aggiustato il tiro.

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Ma la pattuglia di evangelici (30 milioni) che presumibilmente andrà alle urne per le primarie non si fida del tutto di questa svolta giudicata fuori tempo massimo e da furbetto. «Il problema di Romney – spiega un ex analista vicino al Gop – sono le due M: Massachusetts e mormone». Ovvero proviene dallo Stato più progressista d’America dove anche i repubblicani sono tiepidi sulle questioni etiche; e in più, Romney è uno dei 12 milioni di seguaci della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. È un pastore mormone. Per alcune frange del movimento evangelico i mormoni rappresentano una setta e sono una minaccia per il mondo cristiano. Nel corso di un seminario nel 1997 un attivista della Southern Baptist Convention definì lo Utah (lo Stato a forte presenza mormone) «una roccaforte di Satana». Il clima è cambiato in 10 anni, ma il nome di Romney non è del tutto digeribile per la base. Chi seguirà – è il refrain – se eletto presidente: il capo della sua Chiesa o la Costituzione Usa? Ted Kennedy ha tentato di tranquillizzarlo: «A questa domande ha già risposto John (il cattolico JfK, ndr) nel 1960». Essere un mormone per Romney è una condizione di vita, non solo una scelta. Ne segue le leggi, non beve, non fuma. Negli anni del Vietnam anziché le armi scelse la missione religiosa: due anni in Francia per cercare adepti. Non convertì nessuno, e quasi morì in un incidente stradale. Ma – ha confessato  – «in quel periodo feci chiarezza nella sua vita». Dopo il ritorno a casa in Michigan, dove suo padre era governatore e aveva tentato la scalata alla Casa Bianca, gli studi ad Harvard in economia e legge. Quindi il salto nel mondo degli affari come manager di fondi d’investimento e consulente. Un’ascesa verso il successo tanto che nel 2000 il comitato organizzatore delle Olimpiadi di Salt Lake City travolto da scandali per mazzette e inefficienza lo chiamò in soccorso. E lui fedele alla sua regola – tagliare gli sprechi e i costi – rimise in pista i giochi americani. Fu sull’onda di quel successo che a Boston i repubblicani allo sbando pensarono a lui per la carica di governatore. Per i critici in quattro anni non ha lasciato il segno. Lui si difende accusando il Parlamento statale – in mano ai democratici – di aver sempre remato contro. Eppure gli elettori del Gop non guarderanno solo le battaglie etiche e sociali ma anche la sua politica fiscale: promise di non alzare le tasse sul reddito, ma per ridurre il deficit pubblico – impresa in cui riuscì – tagliò i fondi ai municipi e alle contee e impose nuove tasse indirette. Atletico, bello, simpatico, determinato, tenace e preparato, Mitt sembra avere la stoffa del presidente. «Presidenziale» è apparso anche nei dibattiti tv. Ma gli evangelici tentennano: «Un mormone alla Casa Bianca?»(5. continua)

 BILL RICHARDSON

di Alberto Simoni

Se l’America rivuole un “Clinton” alla Casa Bianca, l’uomo giusto si chiama Bill Richardson. Questo omone di quasi due metri, ispanico, governatore del New Mexico, battuta pronta, maestro di gag e di gaffe nelle conferenze stampa, accento “spanish” e dal 2002 governatore del New Mexico, ha le carte in regola. Sarà che con Bill Clinton ha lavorato per cinque anni, sarà che la sua agenda è un manifesto del centrismo democratico, sarà che proprio come Clinton viene da uno Stato del Sud, ma il ritratto di Bill Richardson, o King Bill come lo hanno ribattezzato i suoi fan, potrebbe essere la fotocopia del presidente della fine del millennio. E non solo per le qualità positive, tanto che appena messo piede nell’arena sono cominciati i primi pettegolezzi sulla sua fama di donnaiolo impenitente. «Ho imparato da Clinton come da nessun altro nella mia vita», disse all’Albuquerque Journal. Sodalizio perfetto il loro; sintonia di obiettivi e condivisione dei metodi per arrivare al sodo. Gli occhi di Clinton puntarono sul deputato Richardson (entrò alla Camera di Washington nel 1982) a metà degli anni ’90. Clinton lo nominò prima ambasciatore alle Nazioni Unite e poi, nel 1997, segretario per l’Energia. Richardson è stato il “globetrotter” del governo Clinton e una sorta di alfiere della diplomazia parallela, quella fatta di incontri segreti, di riunioni e cene informali lontano da flash e indiscrezioni. Da “congressman” fu fra i primi americani a incontrare a Baghdad Saddam Hussein; scolò 23 bicchieri di vodka con il presidente turkmeno; e a l’Avana – missione anomala, fuori per evidenti ragioni di Stato da qualsiasi cliché diplomatico – parlò per ore con Fidel Castro («uomo avvincente e pieno di umorismo», scrisse nel suo libro Between World: The Making of An American Life) di baseball. Passione di entrambi. D’altronde furono guantoni e mazza a trasformare un giovane Bill, intimidito nel freddo New England, in un americano doc. La famiglia lo aveva mandato a studiare a Middlesex, malgrado Bill non volesse allontanarsi dalla casa messicana, nel Barrio de San Francisco. Aveva appena 13 anni, «pensavo e sognavo in spagnolo, lassù al Nord ero spaesato». Tentò di opporsi, ma il padre, un top manager della First National City Bank of New York (l’attuale Citigroup) non era uomo disposto ai compromessi.

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Se oggi Bill Richardson può correre per la Casa Bianca, lo deve però all’intuizione di quell’esigente papà che quando la moglie messicana Maria Luisa restò incinta la convinse a trasferirsi da Città del Messico, dove la coppia risiedeva, a Pasadena, California, dove il 15 novembre 1947 nacque William Blaine. E non è un caso che l’ispanico governatore del New Mexico abbia scelto lo scorso 21 maggio proprio Los Angeles, la città simbolo dell’integrazione – non sempre indolore – fra latinos e bianchi, per annunciare la sua sfida presidenziale. In un’America che sta rapidamente ma inesorabilmente cambiando pelle e dove una contea su dieci è ormai a maggioranza ispanica, Richardson potrebbe avere una marcia in più. Anche se lui – pur esaltando le sue origini – giura: «Non sono il candidato degli ispanici». In effetti, il suo curriculum straripante – che conta anche quattro nomination al Nobel – non permette ghettizzazioni. In New Mexico, ad esempio, nelle due sfide per il governatorato ha sbaragliato gli avversari, conquistando i voti non solo dei democratici ma anche di indipendenti e repubblicani che lo apprezzano per quel mix di rigore fiscale, tagli alle tasse e realismo. Nel 2006 addirittura ha preso il 69% dei consensi, record in un’elezione nello Stato. Ma rassicurare i latinos sarebbe un bel colpo. Non per niente, nei circoli della Washington che conta, gira la storia che Richardson sarebbe un perfetto vicepresidente e che Hillary – la Clinton originale – avrebbe messo gli occhi su di lui. Richardson scansa il refrain che lo vorrebbe solo in corsa «per il secondo posto». Punta al bersaglio grosso: «Sono al 13% in New Hampshire, sono al 13%» ha detto scherzando con la platea nel dibattito del 4 agosto. Non si arrenderà, perché sin dalla decisione del padre di farlo nascere negli States, il suo destino è la Casa Bianca. Conferma il vecchio amico Jamie Koch: «Lasciò il New England per il New Mexico nel 1977 perché questo è uno Stato ispanico, l’ideale per la carriera politica». E infatti diventò subito il leader del Partito ad Albuquerque. Nel ticket presidenziale ci sarebbe dovuto entrare nel 2000, con Al Gore. Poi l’autogol della difesa folle dello scienziato-spia di Los Alamos che trafugò i segreti del laboratorio più esclusivo degli Usa, ne fecero crollare popolarità e chance. Il New York Times lo demolì. Solo Clinton non lo abbandonò. Gli telefonò una sera alle 11. «Ti stai prendendo un bel po’ di letame – disse Clinton –. Voglio che tu sappia che io sono un esperto in materia». Comunque il maestro migliore per sbarcare a Pennsylvania Avenue. Peccato sia già occupato.

(11 agosto)

RUDY GIULIANI 

di Alberto Simoni 

Questa è la mia idea, se non le piace, pazienza». Un’occhiata gelida all’elettrice del Gop in Sud Carolina. Poi Rudy Giuliani, 63 anni, ex sindaco e procuratore distrettuale di New York, si volta e si avvia verso il Suv che lo attende per ripartire. Altro meeting, altre mani da stringere, discorsi da fare, dichiarazioni pesate, ma anche rischiose. Terreno scivoloso i temi sociali per il “liberal” Giuliani. E come diventa scomoda la sua poltrona ogni volta che qualcuno dalla platea gli rivolge la fatidica domanda: «Come la pensa sull’aborto? E sui “matrimoni” gay?». L’uomo che l’11 settembre 2001 diventò il Sindaco d’America, ricorre allo stratagemma clintoniano. Gli esperti la chiamano triangolazione. Dice di essere “pro-choice”, ma giura che nominerà alla Corte suprema solo giuristi che interpretino in senso rigoroso la Costituzione, alias conservatori. Non scattano gli applausi, ma Giuliani evita fischi. Per lui la triangolazione è la quadratura del cerchio. Garantisce la sua coscienza e allo stesso modo stempera le paure degli evangelici e della base conservatrice che da un trentennio ha conquistato le leve del potere del Partito repubblicano. Per questo la nomination al cattolico italo-americano Giuliani sarebbe una svolta epocale: per la prima volta i repubblicani si troverebbe a votare un candidato che non si oppone alla “Roe contro Wade”, la sentenza del 1973 che legalizzò l’aborto. Oltre che “pro-choice”, Giuliani è un sostenitore delle unioni gay, dell’aborto, dei fondi federali per la ricerca sulle cellule staminali, del controllo delle armi: abbastanza per far dire a Richard Land, della Southern Baptist Convention: «Posso assicurare che la stragrande maggioranza di noi non lo voterà». Meno granitiche le certezze di Gary Bauer, altro big dei “social conservatives”, già in corsa per la nomination del Gop nel 2000. «Giuliani è borderline», viaggia sul filo. I sondaggi comunque fra gli attivisti portano buone notizie per «Rudy il duro». Segno che sicurezza, tagli alle tasse, rigore fiscale e indipendenza energetica, i pilastri del suo programma, oggi solleticano la base del partito più che le battaglie sull’aborto e sulle unioni gay.

 

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Un ostacolo maggiore potrebbero essere i mille e ancora oscuri rivoli della sua vita privata. Newsweek la definì «un mattatoio». Una prima moglie da cui ottenne l’annullamento del matrimonio perché venne fuori che era una sua cugina di secondo grado. Quindi l’incontro a Miami nel 1982 con la giornalista Donna Hanover. Le nozze, due figli e la fine in diretta tv. O meglio, la Hanover nel maggio del 2000 apprese nel corso di una conferenza stampa che il marito aveva da un anno una liason con l’infermiera Judith Nathan, sua attuale moglie. Lo cacciò di casa e Rudy trovò ospitalità presso una coppia di amici gay nell’Upper East Side. Un cancro alla prostata diagnosticatogli nel 2000 gli aveva tolto anche la chance di correre per il seggio del Senato contro Hillary Clinton. Così quando l’11 settembre piombò sulle vite dei newyorchesi, la popolarità di Giuliani era in declino. E la sua vita succosa per i tabloid. Le ombre sul suo mandato avevano offuscato parte dei meriti. Neri, ispanici e ampi settori delle periferie di New York preferivano ricordare i metodi brutali della polizia (e le numerose inchieste per violenza e persino 3 omicidi), il latente razzismo e le numerose sfuriate del sindaco, piuttosto che i suoi successi. Tantissimi e ottenuti con il pugno di ferro e una sin ossessiva ricerca di sicurezza. Aveva ereditato da Dinkins nel 1993 una metropoli alla sbando e in due mandati aveva ridotto di due terzi la criminalità, tolto 691mila newyorchesi dall’assistenza sociale, ridisegnato il volto della città, fatto crescere il valore degli immobili. Il Giuliani ante 11 settembre restava poco più di un “pigmeo” sulla scena politica Usa. Al di là dell’Hudson nessuno sapeva nulla più di quel sindaco se non che aveva ripulito la Grande Mela. Restava il sindaco leader arrogante e ambizioso che aveva licenziato in tronco il capo della polizia William Bratton “colpevole” di aver troppa visibilità sui media. A chi gli faceva notare che i suoi metodi e le sue asprezze laceravano la città, Giuliani rispose seccato: «Se i newyorchesi volevano qualcuno di cortese e a modo si sarebbero tenuti Dinkins, io sono qui per risolvere i problemi». Se all’alba dell’11 settembre, Giuliani era quindi quasi un ex sindaco, a mezzogiorno di quel tragico giorno, la sua stella era tornata a brillare. Con Bush in fuga nei cieli della nazione e Cheney nascosto nel suo bunker, lo «sceriffo» Giuliani era diventato la voce dell’America. Era diventato «l’eroe». Impolverato a coordinare le squadre d’emergenza, in tv a dichiarare che la tragedia potrebbe essere anche più grave «ma New York resisterà e domani sarà ancora qui». A guidarlo un profondo senso del bene e del male, frutto dell’educazione familiare. L’11 settembre esaltò non solo il Giuliani decisionista, ma anche il suo carisma sfoderato in stile Churchill, il personaggio prediletto. La notte seguente la strage, nella sua stanza nell’Upper East Side, si mise a sfogliare la biografia dello statista inglese di Roy Jenkins. «Non ho che da offrirvi sangue, fatica, lacrime e sudore» disse Churchill. Giuliani ne prese a prestito il motto. E il viaggio alla Casa Bianca a confronto di quello che vide quella mattina potrebbe rivelarsi persino una passeggiata.

(8 agosto 2007)

  BARACK OBAMA

di Alberto Simoni

Caffetteria dell’Algona High School, Iowa. Barack Obama, maniche della camicia arrotolate, fissa gli studenti negli occhi. Non sono molti, 300 giovani, ma quanti ne può contenere la sala. La platea preferita per il senatore 46enne dell’Illinois che sogna la Casa Bianca e che diventò celebre nell’estate 2004 parlando dal podio della Convention democratica che incoronò lo scialbo Kerry sfidante di Bush. «È il momento di riprenderci il nostro Paese», esorta il candidato alla nomination democratica. Il ritmo della sua retorica è cadenzato, la voce calda, suadente. Non si sbraccia, non urla, non alza i toni. Toni morbidi e concetti chiari. Esempi, aneddoti, storie per descrivere il sistema sanitario che non funziona, che lascia indietro i poveri; della scuola che non coinvolge ed anzi esclude chi non ce la fa. Dei posti di lavoro che evaporano sotto le spinte della concorrenza al ribasso cinese e indiana.

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Nelle parole, così come nella vita di Barack Obama, il terzo senatore nero della storia dell’America, non c’è spazio per la rabbia. A spingerlo è la calma, quella dei forti, quella di chi sa dove il sentiero lo porterà. Per gli avversari è solo una tattica per guadagnare consensi, per chi lo conosce l’espressione del suo carattere. Certo da giovane, come testimonia nel suo libro (The Audacity of Hope), c’erano paure e risentimento. Così come la sperimentazione degli eccessi, droga e marijuana. Il tutto prima della maturazione, lenta, inesorabile. Il cammino di Barack è un complesso, spesso non intelligibile, ma in fondo coerente viaggio verso il dominio di sé e la realizzazione. E nella maturazione, la rabbia per il “sistema”, il risentimento verso il mondo dei bianchi ricchi, dei privilegiati, si attenua. E spunta la calma, stile di vita e modo di essere. Kirk Dilllard, leader repubblicano al Senato dell’Illinois, vedendo nel 1997 per la prima volta quel giovane rappresentante del distretto Sud di Chicago, il ghetto nero, zona carica di tensioni sociali e gonfia di degrado, lo “battezzò” a modo suo: «Signori, quel Barack diventerà una rockstar della politica americana». Se anche non dovesse arrivare nel 2008 alla Casa Bianca, la profezia di Dillard è azzeccata. Barack Hussein Obama è ormai una star, ma non è facile classificarlo come politico. Sfugge al gioco delle caselle, sguscia alla classica definizione “liberal” e “conservative”. Il New Yorker in maggio ha scritto una lunghissima biografia. Titolo, “The conciliator”. «Pensa progressista e si esprime da conservatore», ha detto un analista. David Brooks, l’editorialista conservatore del New York Times, rimase letteralmente spiazzato intervistando Obama. «Qualche volta – esordì nel pezzo – ti viene un colpo». Obama sfoderò una profonda conoscenza delle opere del filosofo Reinhold Niebuhr, e Brooks rimase impietrito. Conquistato dal pragmatismo e dall’attaccamento ai valori e a certi principi del senatore, che ventenne abbracciò il cristianesimo abbandonando il solco dell’agnosticismo in cui era stato allevato. Obama non è un idealista anche se entrò nell’arena politica con l’etichetta di “democratico progressista” e il suo record di voti in Senato lo colloca fra i rappresentati più a sinistra del consesso. Eppure nessuno come lui ha all’attivo tante proposte di legge bypartisan approvate. Appunto, il conciliatore. Non è forse un caso che diversi blogs conservatori abbiano fondato il sito “Republicans for Obama” e che piaccia ai rivali del Gop. Barack non è nemmeno un pacifista. Prima che Bush muovesse le truppe nel Golfo, autunno 2002, Barack si schierò contro la guerra «stupida e avventata» in Iraq. «Ma non sono – disse in un raduno di attivisti dai quali si prese pure qualche fischio – contro le guerre. Ogni tanto servono». Sull’Afghanistan optò per l’uso della forza. I rivali gli rinfacciano mancanza di esperienza in politica estera. Gli affari del mondo non rientrano in effetti nel curriculum. La carriera l’ha costruita occupandosi di diritti civili, dei lavoratori, pensioni, stato sociale. Nei due anni al Senato ha tentato di porvi rimedio conquistando un posto nella Commissione Relazioni esteri. La personalità e la storia di Obama sono complesse come le sue origini di afroamericano anomalo, poiché nessuno dei suo avi ha mai conosciuto la schiavitù. E per la comunità nera resta un «fratello di serie b». Figlio di un emigrato keniano, mamma del Kansas, è nato alle Hawaii. Poi un periodo in Indonesia – con il secondo marito della madre – e il ritorno a casa, allevato dai nonni. Quindi pellegrino fra New York e Harvard dove nel 1990 assunse, primo afromaericano, la carica di direttore della prestigiosa Harvard Law Review. Infine lo sbarco a Chicago nel 1991 come “community organizer”, avvocato impegnato nelle strutture che aiutano le persone in cerca di lavoro, di casa, vittime di violenze. Una scelta, quella di immergersi nel “fango” del ghetto del South Side di Chicago dove conobbe la moglie Michelle, spiazzante, visto il curriculum, ma coerente con la sua visione. Da lì il balzo in politica, senatore statale per 7 anni fino alle dimissioni del 2004 per un posto fra i 100 senatori di Washington. Ora la rockstar Obama, torna in pista. Per l’ultimo ballo, il più ardito e il più difficile: la Casa Bianca.

(3 agosto 2007)

 JOHN McCAIN

 Seduto al suo posto sull’aereo John McCain si volta. «Ehi John, non credi che i miei capelli siano in disordine?». Il suo braccio destro John Weaver annuisce. L’aereo è in fase di atterraggio a New York, ennesima tappa del tour de force cui il senatore dell’Arizona si sottopone per correre in aiuto dei deputati che rischiano la poltrona nelle elezioni di Midterm del novembre 2006. McCain non riesce proprio ad alzare le braccia sopra la spalla: togliersi il cappotto e pettinarsi sono gesti che non riesce a fare. Colpa di quei 5 anni trascorsi nelle mani dei vietnamiti. Torture, privazioni, rifiuti come cibo. Ventisei ottobre 1967, il capitano John McCain cade con il suo aereo in territorio nemico. Gli offrono, è figlio di un ammiraglio, il rilascio. Rifiuta. E comincia l’inferno. È costretto a firmare una dichiarazione nel quale si autodefinisce uno «sporco criminale» alla cloche di «un aereo pirata». Parole forti di cui la sua anima di soldato si vergogna ancora. Il Vietnam gli ha cambiato la vita e ne è conscio. Non si tratta di essere debitore a una guerra impopolare. Più semplicemente è riconoscere che quel conflitto, il solo fatto di essere tornato a casa con una sfilza di medaglie (ora avvolte in una coperta), gli ha offerto una visibilità negata ad altri. A quelli del ricovero per Veterani di Phoenix. Quando è nella sua Arizona, McCain li va a trovare. Come se volesse giustificarsi della sua fortuna. Parla con riluttanza di Vietnam. Quando a New York, si trattò di unirsi al deputato repubblicano John Sweeney per consegnare un’onorificenza a un reduce dall’Iraq – la «sporca guerra» dell’America di oggi – McCain fece un passo indietro. «Ehi Sweeney, falla da solo questa cosa». 

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Classe 1936, episcopale, McCain «è l’erede di Barry Goldwater», il visionario senatore che nel 1964 contese la presidenza a Johnson. Nel 1986 McCain prese il suo seggio. Ambizioso e reaganiano, ma con tanti distinguo. Parlava già con Ted Kennedy, il mastino liberal. «Perché lavoro con lui ? Perché voglio fare cose per questo Paese», rispose a un giornalista che gli porgeva i dubbi della base repubblicana. Nel 1988 il New York Times gli dedicò un articolo gonfio di elogi. «La stella nascente», lo definì. Il senatore dell’Arizona cominciava a brillare di luce propria. Aveva appena conquistato il podio della Convention repubblicana del 1988 dove tenne un discorso di altissimo livello. Nacque lì il John McCain “maverick”, l’individualista. Quello che corteggia gli indipendenti ed è allergico alla linea del partito. L’uomo che – disse un politologo – «avrà sempre il problema di conquistare la nomination». Troppo poco conservatore? No, troppo pragmatico tanto da apparire «il cavallo di Troia dei liberal fra i conservatori». Eppure le sue posizioni su una miriade di temi sono conservatorismo doc. È forse il modo di esporle, la cortesia, quello che gli americani chiamano essere “polite”, che lo fa apparire “diverso”. Come nel ‘99 quando da anti-abortista, sostenne che non avrebbe «rivisto» la sentenza del 1973 che legalizza l’aborto. O sui diritti dei gay. The Advocate lo bollò nel 2004 «notoriamente pro-gay». Fu pure uno dei sei senatori del Gop che votò contro il Federal Marriage Amendment. Si giustificò dicendo che «non è il governo federale a doversi occupare di queste cose». Una massima molto conservatrice, almeno quanto l’opposizione ai “matrimoni gay”. Nel 1997 McCain decise di correre per la Casa Bianca. Lo fece da candidato anti-establishment, puntando le fiches sul “Nuovo patriottismo”, uno slogan di Theodore Roosevelt, e sulla riforma del finanziamento delle campagne elettorali. «Troppi soldi che muovevano interessi legati al business e favorivano la corruzione», la visione di McCain. Tema scottante in casa repubblicana, sempre affollata di magnati dell’industria pronti a staccare assegni a più zeri. Piacque però alla base. Nel New Hampshire il “maverick” travolse l’apparato, alias Bush junior. E da quella debacle partì la v endetta delle truppe di Rove. Così in Sud Carolina gli evangelici gli vomitarono addosso di tutto. Spuntò un figlio nero illegittimo. Una falsità che però uccise le speranze di John McCain. Il suo “Straigh Talk Bus” (più o meno il bus del parlar chiaro) rimase senza benzina. E anche il “polite” John s’incattivì. Scelse le armi di Rove, insulti e trucchetti, per restare a galla. E l’incanto, la relazione virtuosa con il suo pubblico che di lui amava coerenza, stile e pragmatismo, si guastò. John McCain si era trasformato in un animale politico washingtoniano. Sette anni dopo quel crollo riprova a conquistare la nomination. Da “maverick” fasullo. E con la coscienza macchiata da una promessa fatta nel 2000 e infranta. «Quella verso la Casa Bianca è una corsa che si fa una volta sola».
(25 luglio 2007)

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