
Su Avvenire, Luca Miele recensisce due libri su Johnny Cash. Di seguito il testo.
SULLE ORME DI JONNHY CASH, CANTORE DELL’AMERICA IN CERCA DI DIO
La voce baritonale a tratti ridotta a un soffio, il corpo aggredito dalla malattia, Johnny Cash entra nel suo studio di registrazione casalingo. «The man in black», come lo chiamano tutti, sta per incidere un pugno di canzoni, le ultime della sua vita, una sorta di testamento spirituale, che confluiranno nel ciclo degli American Recordings. Con la stessa feroce onestà con cui ha vissuto, Cash canta in Help me. «Non avrei mai pensato/ che avrei avuto bisogno di aiuto/ Con il cuore provato/ piegato sulle ginocchia/ ti supplico Signore/ per favore aiutami». A distanza di 4 anni dalla sua morte, due libri ci restituiscono la vita e l’opera di questo gigante della canzone popolare americana. Fabio Cerbone in Fuorilegge d’America (Selene edizioni) intrecciala vita di Cash a quella di altri due songwriters: Hank Williams, morto nel 1953 a soli 29 anni, il predecessore, l’uomo che ha inventato un linguaggio musicale e Steve Earle, l’erede. Sono i “fuorilegge d’America”, i cantori della vita randagia e nomade, sempre sul margine tra la legge e la sua violazione, tra rispettabilità e autodistruzione. Vite di frontiera, insomma: e la frontiera è quel “grumo” mitico attorno al quale da sempre ruota l’identità americana. Da Hank Williams, Cash apprende un interno universo simbolico, costantemente in bilico tra luce e tenebra, redenzione e dannazione. Un mondo di oscurità sempre pronto a rovesciarsi in un territorio di luce. Al secondo, Steve Earle, «The man in black» consegna la vocazione ad essere una voce “contro”: si pensi al controverso Jerusalem, scritto dopo l’il settembre, denso di rimandi biblici come nel brano Ashes to ashes: «Faresti bene a tenere a mente/ che ogni torre cadrà/ non importa quanto forte, quanto alta possa essere/ un giorno og*ni grande muro si sbriciolerà/ ogni idolo cadrà». L’intera vita di Cash è una vita “fuorilegge”, scrive Cerbone. Canta la storia dei nativi, quando l’America ignora il genocidio indiano. Rovescia le regole del country. Duetta con Bob Dylan, quanto di più (apparentemente) lontano dal suo mondo poetico. Intona canzoni ostinatamente folk, quando il mercato vorrebbe inchiodarlo alla parodia di se stesso. Canta nelle prigioni e vi trova il suo pubblico più partecipe. Rispolvera i treni, vero topos della musica popolare Usa mentre impazza l’individualismo delle auto. Resuscita la figura di John Henry (tornato a ossessionare anche Bruce Springsteen nelle recenti Seeger sessions), leggendario «spaccapietre nero che osò sfidare un trivella a vapore, emblema della lotta del lavoratore contro lo sfruttamento e l’alienazione della modernità». Ma soprattutto non smette di esprimere l’ansia di redenzione, la vera cifra poetica di tutta la sua l’opera. Come – nota Stefano Santangelo nel suo Johnny Cash – The man in black (edizioni II Foglio) – nel brano The man comes around, nei cui primi versi appare il cavallo bianco dell’Apocalisse. «La voce di Cash – scrive Santangelo -, nonostante sia invecchiata e affaticata dalla salute ormai malferma, rimane ancora profonda e inquietante, forse ancora di più ora che la fine si avvicina, e l’alternarsi quasi lugubre di chitarra e piano ne accentua ancora di più il fascino spettrale». All’immagine di un treno, in un vecchio brano di Hank Williams, Cash ha affidato il suo addio alla vita: «Sto tornando a casa/ sul treno della sera.
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STORIE DI VITA E DI DOLORE A NASSIRIYA
di Luca Miele
Un campo che sembra un’enorme groviera, buchi dai quali freneticamente escono e rientrato quelle che, viste dall’altro, sembrano solo figurine. Alcune sagome – quelle che si muovono velocemente appena si sente il rumore “ostile” della pale dell’elicottero – sono più piccole di altre: si tratta di bambini. Entrano più facilmente negli anfratti, ne sgusciano via più rapidamente. L’elicottero è un mezzo italiano. La “groviera” è il sito archeologico di Tel Yukhan, uno dei più importanti dell’intero Iraq. La provincia è quella del Dhi Qar, nel sud del paese, area di competenza del contingente italiano. Le sagome che fuggono come impazzite sono quelle dei saccheggiatori di monili, monete, tavolette con incisioni che risalgono a 4000 mila anni prima di Cristo, un enorme patrimonio archeologico sempre più a rischio, sempre più vulnerabile. Loro, i predoni, sono solo gli ultimi protagonisti di un saccheggio che continua incessante, dello stupro di cui ancora oggi è vittima l’Iraq. Il racconto è Nassiriya. La vera Storia, (Lindau) scritto a quattro mani da Lao Petrilli e Vincenzo Sinapi, giornalisti rispettivamente di Radio Dimensione Suono e dell’Ansa. La storia è quella del capitano dell’Esercito Marco Briganti, pilota di elicottero, con la passione dell’archeologia. Nulla di improvvisato, ma una passione tenace, coltivata a lungo. Scrivono Petrilli e Sinapi: “Entri nella sua tenda e resti di sasso. Dall’Italia ha portato una caterva di libri: sulla cultura mesopotanica, sulla storia dell’arte irachena, sull’architettura sumera, che proprio qui – spiega Indiana Jones-Briganti – ha una delle sue testimonianze più note. Lo Ziggurat, l’alta torre a piramide che è ormai diventata il simbolo di Nassirya”. Il capitano Marco Briganti è morto in missione nella notte tra il 30 e il 32 maggio 2005. Il suo elicottero si è schiantato nel deserto di Nassiriya. A bordo con Briganti, c’erano il colonnello Giuseppe Lima e i marescialli Massimiliano Biondini e Marco Cirillo, tutti del settimo reggimento di Vega di Rimini. Tutti morti nello schianto.
Nassiriya. La vera storia non si limita alla grande “Storia”, quella con la S maiuscola. Non racconta solo la mattanza del 12 novembre 2003 alla Base Maestrale che costò la vita a 19 italiani e 9 civili iracheni, o la battaglia dei ponti, dell’aprile dell’anno successivo, la battaglia più violenta combattuta da militari italiani dalla fine della seconda guerra mondiale. Non investiga solo i “buchi neri” della missione, come il controverso episodio “dell’ambulanza, o presunta tale, fatta saltare in aria dal fuoco italiano”. Nassiriya. La vera storia racconta anche dell’approccio soft tenuto dalla missione italiana, dalla volontà di non essere invasivi, di calarsi in una realtà così difficile e lontana in punta di piedi, di non farsi percepire come degli occupanti, ma come portatori di pace. Racconta, con passione, stile pulito e scrittura incalzante, le storie dei singoli, i dolori e le speranze, la paura e il coraggio, la fatica e la dedizione. Nel rumore della Storia, l’intreccio delle piccole storie. (16/05/2007)
Nassiriya. La vera storia, di Lao Petrilli e Vincenzo Sinapi. Lindau, Torino, 2007 euro 19

LA CITTA’, VETRINA PERMANENTE
di Luca Miele
In “Chiedi alla polvere” di John Fante, Los Angeles sembra scomporsi nel suo elemento primo, la polvere appunto. La polvere che preme dal deserto, che lavora impercettibilmente ma con impalcabile zelo sulla città, sulle cose, sui volti. E’ ancora pensabile oggi scomporre la città allo stesso modo? Nei suoi elementi? Nei suoi meccanismi? Nella sua grana più sottile? Come accostarsi allora alla città che da tempo ha sfondato i perimetri tradizionali per farsi metropoli? Già Italo Calvino avvertiva che bisogna guardare alla città come ad un processo, un processo del tutto simile a quello di un organismo vivente: come un luogo nel quale convergono diversi “divenire”, diversi tempi, diversi flussi – oggi diremmo diverse reti -, un luogo di cui alcune parti si sviluppano, crescono, altre regrediscono, fino a scomparire. Oggi tentare una cartografia della città significa non tanto soffermarsi sulla sua dimensione reale, fisica quanto su quella segnica, simbolica, comunicativa che avvolge la metropoli. E’ quello che fa il volume collettivo “Senso e metropoli. Per una semiotica posturbana” che studia la città come “spazio generativo d’intrecci, di conflitti”. Non si può non partire allora da una macro-trasformazione, sottolineata da Patrizia Calefato, che ha visto evolvere la metropoli da “città della circolazione” a “città dell’esposizione e del culto delle merci”. La città si mette in vetrina, si fa vetrina: assume cioè “la messa in scena spettacolare” (Codeluppi) come principio che regola la sua organizzazione. Per questo la moda conquista sempre più spazi, colonizzando la stessa architettura o come scrive la Calefato, “moda e architettura mettono in comune forme, materiali, sensi, strutture. Nell’architettura si introduce la possibilità di progettare e realizzare edifici interrativi, gonfiabili, perfino portatili, si usano tecniche trafugate alla sartoria come la piegatura e il drappeggio. Nella moda si moltiplicano le presenze di materiali pieghevoli, di membrane, di plastiche flessibili, di vetri, di materiali, insomma, utilizzati al contempo correntemente in ambito architettonico e di forme attraverso cui tali materiali trasformano sensibilmente l’aspetto del corpo rivestito e il suo modo di percepire e di essere percepito”. La città è sempre più avvolta in quella che Mauro Ferraresi, chiama la “consumosfera”. Allo “spazio reale e fisico che ci circonda e sorregge”, allo spazio “interno nel quale ripariamo e ci ritroviamo”, si è affiancato un terzo tipo di spazio, che non è né interno ne esterno. È lo spazio virtuale, digitale, nel quale siamo sempre più immersi e nel quale la sfera del consumo è sempre più preponderante, aggressiva. La consumosfera erode tutti gli spazi che le sono prossimi, annettendoli, investendoli della sua logica. Come tale, scrive Ferraresi, la consumosfera è il trionfo delle superfici. Il trionfo cioè della comunicazione: del segno sulla materia, del gioco di luci o di iscrizioni sulla solidità della pietra. Il posto che era delle facciate viene preso da un enorme schermo di proiezione. L’edificio, e quindi l’architettura, tende a diventare essa stessa un media. Lo scriveva già Marco Belpoliti, in Doppio zero: la cultura architettonica ha scoperto il valore delle superfici come “spazio di flussi, scambi e movimenti”. Le facciate diventano “pellicole sensibili all’immagine, superfici che possono comunicare. L’edificio in quanto tale tende sempre più a scomparire a favore di una performance continua sulla sua pelle”.
Senso e metropoli. Per una semiotica posturbana (a cura di Gianfranco Marrone e Isabella Pezzini). Meltemi, pp.223. euro19,50

IL FUMETTO DELL’AMERICA
Il roccioso Superman e il flessuoso Uomo Ragno. Il notturno Batman e il verdognolo (e iracondo) Hulk. Il gommoso Mister Fantastic e l’inquietante Devil. Sono solo alcuni – e tra i più noti – supereroi che affollano l’universo del fumetto americano, universo del quale Alessandro Di Nocera in “Supereroi e superpoteri” mappa le trame, insegue i cambi di direzione, gli scarti, le fratture, i topoi continuamente rielaborati. Ma come nasce il corpo del supereroe? Quale la genealogia dei suoi poteri? Supereroi e superpoteri sarebbero impensabili senza la metropoli (e l’universo industriale che le ha rese possibili), anzi è proprio la metropoli la loro fucina segreta. E’ per affrontare questo nuovo spazio collettivo che il corpo dell’eroe si attrezza di poteri “super”. E’ la metropoli dei grattacieli, della “verticalità orgogliosa” (Belpoliti, Crolli), la città dello slancio, della torre babelica nella quale tesse le sue tele l’Uomo Ragno. O ancora la metropoli notturna, apocalittica, brulicante di “strade, vicoli, anfratti bui e sospetti” (La Polla, A Tale of two Cities. La città di Barman): la Gotham City di Batman. Ma la tecnologia non è solo lo scenario dentro il quale si muovono gli eroi, non è solo l’esterno – lo spazio - che resta contrapposto all’interno – l’anima del supereroe. La tecnologia entra in qualche modo dentro l’eroe, sovvertendo le categorie di esterno e interno, fino a creare un cortocircuito tra le due dimensioni. Di Nocera individua nella genesi del gruppo dei Fantastici Quattro (nati dalla fantasia di Stan Lee e dal tratto di Jack Kirby) il “fondamentale punto di svolta nella concezione del corpo e della personalità del supereroe”. E’ l’inizio di un processo, non privo di incertezze o cambi di direzione, ma in qualche modo irreversibile. All’eroe monolitico, impermeabile al dubbio e portatore di una verità che si pretende assoluta, succede una generazione di personaggi incerti, inquieti, nelle cui personalità si allargano zone di ambiguità e le cui missioni diventano sempre più problematiche. Ciò che in qualche modo sovverte i codici del fumetto è l’entrata in scena, nota Di Nocera, della radioattività, della “sofferta mutazione a livello molecolare”. E’ qualcosa che modifica, che si insinua nel corpo dell’eroe, che lo compenetra. Il corpo del supereroe sarà da ora in poi perennemente es-posto, in balia di forze che lo attraversano, lo contagiano. E’ la “cifra” puntualmente registrata da Di Nocera: “L’assoluta, drammatica, sconvolgente unione integrativa corpo-macchina in un groviglio pazzesco e virtualmente inestricabile”. E’ il dominio, come già rivelava Alberto Abruzzese, della presenza del “mutante” (Abruzzese, La Grande Scimmia). Perché l’universo estetico del fumetto superoistico, più ancora che della lotta perenne tra male e bene, è la trascrizione di un’altra inquietudine, altrettanto profonda. Che regredisca verso forme vegetali, che si comprometta con il mondo animale o alieno, che evolva in un ibrido tecnologico, il supereroe mette in scena la crisi del corpo dell’uomo e dei suoi confini biologici. Il corpo sconfina in altro da sé. Il biologico diventa poroso, incontra (e accoglie) qualcosa che lo viola e lo sovverte, che lo espande. Come scrive Roberto Esposito, siamo ormai in presenza della “ristrutturazione radicale di cioè che finora abbiamo chiamato corpo.
Alessandro di Nocera, Supereroi e superpoteri. Miti fantastici e immaginario americano dalla Guerra Fredda al nuovo disordine mondiale. Castelvecchi, Pagg 393, € 20
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GRATTACIELI, SCULTURE NEL CIELO
Segno del gigantismo dell’uomo o mostro mitologico? Apoteosi della metropoli o negazione della città? Moltiplicatore di ricchezza o portatore di congestione urbana? Torre babelica che reca in sé lo stigma della caduta o “cosa” senziente che si attrezza di nuovi poteri e nuove possibilità? Qualunque sia il modo in cui ci si accosti al grattacielo, esso si inscrive tutto in una retorica dell’eccesso. La lingua in cui prendono forma le sue altezze, i suoi consumi energetici, le sue trasparenze è quella della sproporzione, del gigantesco, del babelico. Per questo “il puntaspilli gigante” (Dragosei) sfugge a qualsiasi definizione. Il grattacielo non è il segno del gigantismo umano o il mostro mitologico, ma l’uno e l’altro, storia e mito assieme. Se il post-moderno ci sfida immergendoci in uno spazio del quale siamo incapaci di tracciare “una cartografia cognitiva” (Jameson), “Scolpire i cieli” di Antonino Terranova tenta di scrivere una mappa del modo di abitare il mondo nella contemporaneità di cui il grattacielo è il segno forte per eccellenza. “Scolpire i cieli” è un’antologia di scritti architettonici, filosofici, letterari attorno al tema del grattacielo; accoglie parole di Baudillard, Dragosei, Ballard per tentare di scalare “il mostro di pietra”, come già fece King Kong, per cadere ammaliato nel suo fascino. La ricognizione non poteva non incontrare l’11 settembre. Da quel momento il grattacielo è catturato in una doppia rete di simboli. Quella della “follia prometeica”, del suo essere “una città chiusa, organizzata come un’astronave lanciata nel cosmo, autonoma per la sopravvivenza…:l’utopia autarchica realizzata in pieno centro” (D’Eramo) prima. Poi il suo svelarsi fragile, indifeso, vulnerabile, immerso nelle sabbie mobili dell’esatta congiuntura tra reale e fantastico. Di fronte allo scacco e alla caduta, il grattacielo non si è però ritirato. Anzi, il suo corpo architettonico si è lanciato in nuove (spericolate) evoluzioni.. Così come il corpo dell’uomo è sempre più esposto alla penetrazione dell’inorganico, si attrezza di protesi, si apre alla macchina, si produce in nuove dimensioni spazio-temporali, allo stesso modo il grattacielo ha messo in discussione i suoi confini, ha sfidato la proprio pesantezza, ridicolizzato la propria gabbia, per uscire da sé, per andare oltre. “E’ diventato una cosa apparentemente indistruttibile”. Sono quattro le grandi mutazioni del grattacielo, che si succedono o si combinano tra loro, esattamente quanti sono i supereroi del team dei Fantastici quattro, a cui Terranova lega (con divertita irriverenza) le evoluzioni del “mostro”. Primo stadio. Il grattacielo ha “le stesse caratteristiche fisiche e organiche del corpo trasformato in roccia di Ben Grimm: la Cosa”. Il grattacielo sceglie la solidità, opta per la pesantezza. Secondo stadio. Alla solidità succede la fiamma (il secondo dei Fantastici quattro, la Torcia umana). La materia si smaterializza, si fa leggera, volatile, ascensionale. Il grattacielo si slancia, evaporizza le sue forme. Terza metamorfosi, terzo personaggio. Ecco Mr Fantastic, l’uomo di gomma. La struttura del grattacielo è ora “elastica, malleabile”, diventa estendibile. E’ la rivoluzione dell’acciaio. Il quarto passo, infine: è il tempo della Donna invisibile. Come può il grattacielo farsi invisibile? Rivestendo la sua epidermide di vetro. Eccoci dinanzi alla quarta mutazione: la trasparenza. Grazie a queste evoluzioni/ibridazioni, il grattacielo è ormai “un architettonico corpo mutante”. Sembra non volere più sottostare a una forma. Ha ormai frantumato “le cornici di ogni tradizionale canone, raggiungendo nuove fantastiche altitudini, assumendo nuove fantastiche posture consentite da inedite possibilità di torsione, di avvitamento, di disarticolazione, passando oltre ogni tradizionale dicotomia: orizzontale/verticale, pieno/vuoto, trasparente/opaco, stasi/movimento. Organico/inorganico. Naturale/artificiale”.
Antonino Terranova, Scolpire i cieli. Scritti sui grattacieli moderni e contemporanei (a cura di Luca Massidda), Officina Edizioni, pp.300, euro 22.
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