ARTICOLI at IL MONDO DI WOLFIE

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di Alberto Simoni


George W. Bush ha messo il ve­to, per la quarta volta da quando è alla Casa Bianca, per bloccare una legge approvata dal Congresso che estende la copertura assicurativa medica a milioni di bambini.
  Il piano, che aveva ottenuto un so­stegno bipartisan, avrebbe esteso a quattro milioni di bambini i benefi­ci sanitari già goduti, in base alla vec­chia normativa, da 6,6 milioni di bambini, con una spesa aggiuntiva di 35 miliardi di dollari spalmati su cinque anni. La copertura finanzia-
ria del provvedimento era assicura­ta da un aumento delle tasse sul fu­mo.
  Ma il presidente Bush ha obiettato che la legge è troppo costosa e che crea un pericoloso precedente per­ché estende i benefici di assicura­zione sanitaria già concessi ai bam­bini poveri ad una nuova fascia di reddito, basso ma sopra il livello di povertà. Inoltre il capo della Casa Bianca ha sottolineato, da Lancaster, Pennsylvania, che «estendere i pri­vilegi della copertura sanitaria è il desiderio di qualcuno a Washington che vuole una sanità pubblica. E io non penso sia una bene per il Pae­se ».
Ma la motivazione di Bush, che sabato scorso nel consueto discorso radiofonico aveva anticipato che avrebbe messo il ve­to al provvedimento se questo non fosse cambiato, non ha ovviamente convito i democratici né le frange del partito repubblicano che hanno sostenuto la legge.
Durissimo il commento del leader democratico al Senato Harry Reid che ha definito il gesto di Bush «spie­tato ». «Non è mai stato così chiaro quanto il presidente Bush sia ormai fuori sintonia con le priorità degli a­mericani
». Ancora più diretto il de­putato democratico dell’Illinois, Rahm Emanuel: «Oggi il presidente ha mostrato alla nazione le sue vere priorità: 700 miliardi di dollari per una guerra in Iraq e niente per la co­pertura sanitaria per i bambini a bas­si reddito».
Il veto presidenziale è giunto in con­comitanza di un sondaggio del
Wa­shington Post che rivela che 7 ame­ricani su 10 sono favorevoli alla leg­ge passata dal Congresso. In prece­denza la Casa Bianca aveva presen­tato una sua proposta di legge, più modesta. Anziché dieci miliardi di dollari, Bush aveva proposto un au­mento della metà. Ma sulla cifre si e­ra detto disposto a intavolare una trattativa con il Senato.
La decisione di cassare la risoluzio­ne è legata alla volontà del presi­dente di mantenere le voci di spesa inferiori ai 933 miliardi di dollari fis­sati. In quest’ottica il presidente ha minacciato ulteriori veti a tutta una serie di leggi, soprattutto sul fronte
sociale, che potrebbero intaccare le casse del governo.
Ora la partita si sposta dal livello po­litico a quello elettorale. Non pochi repubblicani temono che la deci­sione di Bush possa avere conse­guenze negative nella campagna e­lettorale del 2008 perché non è faci­le difendere la mancata protezione medica a milioni di bambini di fa­miglie a basso reddito. I democrati­ci sono subito partiti al contrattac­co: nei prossimi giorni sulle tv scor­reranno spot pubblicitari per de­nunciare il comportamento di Bush. Il presidente aveva usato finora so­lo tre volte il suo potere di veto da quando è alla Casa Bianca. La pri­ma volta era stato per bloccare una legge relativa alle ricerche sulle cel­lule staminali. Le due volte succes­sive – in maggio e giugno – per bloc­care provvedimenti che prevedeva­no calendari di rientro delle truppe dall’Iraq.
  Per superare un veto presidenziale occorre un nuovo voto con una mag­gioranza dei due terzi. La legge bloc­cata da Bush era stata approvata dal Senato con sostegno sufficiente a battere il veto (18 senatori avevano votato con i democratici) ma alla Ca­mera la situazione è più problema­tica perché mancano alla legge al­meno una ventina di voti per supe­rare il veto della Casa Bianca. (
A.S.) 

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di Alberto Simoni

 L’incontro fra Olmert e Abu Mazen è un primo test in vista della Conferenza di pace internazionale che Bush, il 16 luglio, ha indetto per novembre. Un summit che, secondo diversi analisti, è l’ultimo tentativo del presidente di gettare le basi per un successo in Medio Oriente che finora causa il fiasco iracheno, il nucleare iraniano sino al precipitare della questione israelo-palestinese, gli è stato negato.Sin dal 2001 quando entrò al 1600 di Pennsylvania avenue, Bush ha sostenuto che non avrebbe utilizzato il “capitale politico” dell’America per forzare accordi fra le parti. Una presa di distanze dall’approccio globale di Clinton. Fino a un mese fa, Bush è stato coerente con la sua visione percorrendo un’altra strada: i tre punti della Road map in accordo con il Quartetto e soprattutto l’elemento finale di essa, il riconoscimento pieno dell’esistenza di due Stati, uno palestinese e uno israeliano. Questa pietra angolare della strategia, Bush l’aveva enunciata nel giugno del 2002 attirando consensi anche nel mondo arabo. Ma quella di 5 anni orsono era un’America che aveva ben altra popolarità e forza, in Medio Oriente in primis.A meno di 18 mesi dalla fine del suo mandato, Bush si trova invece stretto fra due fuochi: l’esigenza di non rinunciare ai pilastri della sua dottrina di diffusione della democrazia da una parte; e la necessità di conseguire qualche successo nell’area mediorientale dall’altra. Slegare Palestina da Iraq o Iran è, nell’ottica che la guerra al terrorismo ha imposto, impossibile. Ma il comune minimo denominatore che teneva unite queste “voci”, la democrazia, si è giocoforza indebolito. E dopo il fallimento iracheno, l’urgenza è la vituperata “stabilità” della scuola realista. Lo notava anche Richard Haass, ex braccio destro di Powell al Dipartimento di Stato: «È ora che la democrazia come anello principale della politica estera Usa sia ridiscussa», ha scritto su Newsweek.Da qui la scelta della Conferenza per la sicurezza a Baghdad e l’incontro fra emissari Usa e iraniani. E quindi ora l’invito a Washington alle nazioni mediorientali. Da un mese le feluche del Dipartimento di Stato sono al lavoro per allestire la conferenza e per rispettare i paletti messi da Bush. Al tavolo interverranno solo nazioni che riconoscono il diritto di Israele ad esistere e che condividono la politica dei «due Stati». Al netto, solo Giordania ed Egitto possiedono i requisiti. Anche se il mondo sunnita, a partire dall’Arabia saudita, resta un interlocutore essenziale. E Riad ci sarà infatti. D’altronde è proprio dall’Arabia, dal Cairo e da Amman che giungono le pressioni più forti alla Casa Bianca perché l’America abbandoni il basso profilo e prenda in mano il timone per dipanare la matassa israelo-palestinese.

Ma c’è un altro aspetto nel nuovo approccio della Casa Bianca che merita di essere evidenziato: ovvero l’abbandono delle tappe della Road map sostituite da quello che Bush ha chiamato «un orizzonte politico» entro il quale costruire le basi dello Stato palestinese in cui vi sia il primato della legge e il buon governo. Con la presa di Gaza da parte di Hamas, è naufragata infatti la speranza di un processo parallelo fra israeliani e palestinisi di concessioni e guadagni. Washington ha tagliato fuori Hamas e Gaza da qualsiasi prospettiva politica e, non è un caso, gli 80 milioni di dollari trasferiti di recente all’Anp sono finiti direttamente nelle tasche del governo targato al-Fatah senza passare dagli abituali contractor ed eliminando il pericolo di storni a favore degli estremisti islamici. Bush lavora sull’orizzonte politico, sulle condizioni per la pace. Resta un dubbio. A Washington i lavori saranno presieduti da Condi Rice. Che ruolo avrà Bush?

                                                                                                          Avvenire, 29 agosto 2007

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ASCESCA E CADUTA DI UN GENIO

Karl Rove strabuzzò gli occhi. I primi exit poll erano indigesti. Kerry stava scalzando George W. Bush dallo Studio Ovale. «Dan, not good news». Dan Bartlett, il capo delle comunicazioni della Casa Bianca, fissò Rove. «Era come se avesse preso un pugno nello stomaco». Poi Rove si precipitò nel suo studio, si fece portare i dati di quegli exit poll così imprevisti. Li guardò uno per uno, li sezionò con rapidità e avidità. Qualche minuto più tardi, “Boy genius” sentenziò: «Rubbish, spazzatura». I sondaggi erano un abbaglio. Così fu.
Anzi quelle elezioni del 2004 resteranno il capolavoro di Karl Rove. Non solo Bush travolse Kerry, ma aiutò il partito repubblicano a mantenere la sua presa alla Camera e al Senato. Due anni prima, nelle midterm election, Rove aveva messo un altro mattoncino nella costruzione del suo progetto politico: per la prima volta dal 1934 i repubblicani avevano guadagnato seggi al Congresso.
D’altronde Rove e il suo team avevano costruito una macchina perfetta: ottima nel “fundraising”, oltre 1,4 milioni di volontari a scandagliare ogni angolo dell’America, quella rurale, quella dei conservatori, quella della middle-class, a caccia di sostegno. Con Karl Rove al timone, le “zone grigie” diventarono zone rosso fuoco, il colore del Partito repubblicano. Bush nel 2004 vinse in 81 contee su 100.
La lista di aggettivi per catalogare Rove è infinita: se per gli amici è furbo, simpatico, istrionico, geniale, brillante, lucido, per gli avversari è la quintessenza della meschinità: cinico, spietato, vendicativo e disposto a tutto pur di vincere. La storia sui suoi trucchi in campagna elettorale è lunga. McCain ci rimise la nomination.
Eppure anche per Rove l’ascesa ha conosciuto la fine. Gli analisti individuano nelle elezioni di midterm del 2006 il simbolo del declino. Forse questo iniziò ben prima. Se il tracollo dei repubblicani – 6 seggi persi al Senato – mise la parola fine al Karl Rove “stratega”, il suo appannamento è andato di pari passo con le difficoltà incontrate da Bush nel suo governo. Quando Bush fu riconfermato, nominò – 5 gennaio 2005 – Rove vicecapo dello staff e gli affidò un ampio ventaglio di competenze, soprattutto in politica interna. E proprio sulla riforma dell’immigrazione e sulla Social Security, Bush ha subito le due sconfitte più secche della sua gestione. A questo si aggiungano gli scandali, dal Cia-gate, alle intercettazioni, sino al licenziamento di 9 giudici federali: tutti casi nei quali il nome di Rove è spuntato fra le figure chiave. Sul Cia-gate evitò di un soffio l’incriminazione, mentre Bush ha dovuto utilizzare le sue prerogative per evitargli di testimoniare al Congresso sui procuratori.
Al di là dei provvedimenti concreti mancati, l’uscita di scena di Rove segna la fine del suo più grande sogno politico: la costruzione di un partito repubblicano moderno attorno alla figura (e all’eredità) di George W. Bush e del conservatorismo compassionevole. Un partito forte, capace di amalgamare le diverse anime della destra Usa – un po’ sullo stile di Reagan – e pronto a raccogliere le sfide del terzo millennio. Il modello di Rove era – e continuava a ripeterlo – McKinley che nel 1896 era riuscito a costruire un Gop che pur non rinnegando le sue origini non si fondava più sulla dialettica e sulla retorica della Guerra Civile di metà secolo. Rove, il genio, l’architetto delle vittorie impossibili, lascia invece un partito repubblicano senza timoniere e diviso su tanti temi, a partire dall’Iraq.  

14 agosto 2007

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 Il profilo di Obama (che trovare anche in Potus ’08) e di seguito un flash sugli altri candidati

Mancano più di cinque mesi all’inizio delle primarie (esordio il 14 gennaio i caucus in Iowa), ma la corsa è ormai entrata nel vivo. Con tanto di guerra di cifre – vedi soldi raccolti e spesi – di sondaggi e di slogan. E di continui su e giù dei candidati nella popolarità.

Hillary Clinton vola.
L’ex first continua ad andare forte nei sondaggi. La lieve flessione di aprile e maggio è ormai nel cassetto e ora Hillary, secondo una rilevazione del Wall Street Journal, ha il 43% delle intenzioni di voto tra i democratici. Arretra invece Obama (22%) mentre non si schioda dal 13% l’ex senatore della Nord Carolina John Edwards.

Schiaffo a Giuliani
Il sondaggio del Wsj è amaro anche per Giuliani. L’ex sindaco di New York infatti in un testa a testa con la Clinton perderebbe di sei punti (47 contro 41 per cento). Giuliani è anche il bersaglio dell’ultima invettiva di Edwards, la lingua più “tagliente” in questo scorcio di campagna elettorale che lo ha definito «un Bush con gli steoroidi».

McCain viaggia da solo
Malinconico McCain. Con le casse ormai prossime al vuoto, ha licenziato quasi tutto lo staff e al posto del mitico bus con cui nel 2000 ha viaggiato in tutti gli States, nel New Hampshire, ieri l’altro, si è presentato con un solo assistente – sbarcato con lui da un volo di linea – e appena quattro reporter anziché il plotone che per anni lo ha accompagnato. Altra delusione il voltafaccia di Bob Dole. L’ex senatore e candidato del Gop nel 1996 ne ha sentenziato il prossimo declino e dichiarato che sosterrà Fred Thompson.

L’indeciso Thompson
Fred Thompson, l’attore ex senatore quasi candidato del Gop, continua a rimandare l’annuncio ufficiale. Il suo entourage parla di settembre come data del lancio. Ma anche i sostenitori sono impazienti. Questo muoversi nel limbo non gli sta giovando. Soprattutto in termini di fondi: nelle sue tasche ci sono appena 3 milioni contro i cinque che aveva ipotizzato qualche settimana fa. Secondo alcuni analisti settembre potrebbe essere persino troppo tardi per rientrare in corsa.
                                                                                

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 di Alberto Simoni

L’anno zero non parte bene
Buffon: «Difesa da migliorare»

E’ solo un assaggio per ora, ma l’Europa della Juventus è già amara. L’esordio di Madama sui campi che contano è stato un secco pugno nello stomaco. Un brusco ritorno alla realtà dopo le convincenti – e altrettanto poco probanti – amichevoli contro i dilettanti del Mezzocorona e la Nazionale olimpica cinese. A Newcastle, domenica, la Juve si è tolta il trucco indossato nei 10 giorni di ritiro di Pinzolo.
Difesa ballerina, centrocampo lento e privo di idee, se si eccettuano le buone prestazioni di Almiron e Marchionni. Tiago, non pervenuto; Trezeguet, sprecone; Zebina colto da frequenti amnesie. Al netto fa 2-0 per gli inglesi. Poco male. In terra d’Albione la Juve di Capello si arenò sia contro il Liverpool sia contro l’Arsenal in una ben più succosa Champion’s League. Già, la Coppa dei campioni. Quest’anno basterebbe qualificarsi, dicono a denti stretti a Torino. Come se la Juventus non fosse pronta a competere per qualcosa in più. Se di scudetto qualcuno (Trezeguet, Tiago, Buffon) parla apertamente, i vertici f renano solo a mezze parole. Perché le migliaia di tifosi che sono saliti fino a Pinzolo sin dall’11 luglio facendo la gioia degli operatori turistici, di meno non si accontenteranno. La Juve è sempre la Juve, guai chiamarla neopromossa. In onore alla sua storia sarà anche testa di serie nella compilazione del calendario di Serie A. L’anno zero è forte di un accordo triennale da 33 milioni di dollari di sponsorizzazione con la New Holland – gruppo Fiat – e con i disegni del nuovo stadio. Madama sul fronte manageriale pensa in grande. A Ranieri, il compito di tradurre sul prato le ambizioni della società. Senza strafare e con realismo. Il parco giocatori è forte, ma non a livello di Milan, Inter e forse Roma. L’imperativo è quindi cementare un gruppo che qualche crepa l’ha già mostrata. Come insegna il caso Chiellini deflagrato improvvisamente 15 giorni fa. Lasciar partire – destinazione Manchester City – il capitano della “vecchia” under 21 per 14 milioni di euro avrà anche i suoi vantaggi economici, ma sul piano tecnico la Juve potrebbe risentirne. Alla luce della serataccia dei difensori a Newcastle, lo sfogo, garbato, di Buffon è il miglior barometro: «Ragazzi, difendiamo meglio». Anche nel purgatorio della B la retroguardia era l’anello debole. I nuovi, da Andrade a Grygera, e i giovani Criscito e Molinaro sono per ora incognite. La certezza sono i guantoni di Gigi Buffon. Che quest’anno dovrà annichilire l’ex Ibrahimovic e un certo Kakà, mica pizza e fichi.

31 luglio 2007

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Le primarie e la corsa alla Casa Bianca

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Bush salva Lewis Scooter Libby. Qui una lunga cronaca.

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 Le relazioni Italia-Stati Uniti viste da Michael Novak e Lucio Caracciolo. In due interviste di Wolfie

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Il nostalgico Putin: equilibrio di forze, scudo spaziale e Guerra Fredda. Qui un pezzo di cronaca.

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 Soderberg: Il dialogo con l’Iran poteva iniziare prima

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Nativi: “Non sono le armi a determinare il tipo di missione”

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 L’addio di wolfowitz. E spunta Blair

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Le vere ragioni dell’addio di Wolfowitz 

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 Qui la ricostruzione della frenetica giornata di mercoledì per Wolfowitz

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Wolfowitz, il giorno del giudizio

Pezzo sulla vigilia di passione di Wolfowitz 

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Michelin, il profitto per aiutare gli altri

Intervista a Francois Michelin, presidente onorario della Michelin

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La guerra dei mari cineseLe ambizioni militari cinesi non conoscono pause. Malgrado Pechino si affanni a ripetere che il suo espansionismo è pacifico, a Washington nessuno si fida. Solo quindici giorni fa il vicepresidente Dick Cheney, nella tappa australiana del suo viaggio asiatico, ha ricordato la sproporzionata crescita del budget militare cinese e la forbice fra le cifre ufficiali fornite dal regime (35 miliardi di dollari nel 2006) e le stime ben più alte del Pentagono (fra i 70 e i 105 miliardi). Al di là dell’inquietante discrepanza, sono gli obiettivi e le strategie che muovono Pechino ad accrescere il turbamento negli States.
A fronte di un interesse per le missioni spaziali e per il potenziamento dei missili balistici, la Cina ha intensificato la sua forza di deterrenza e di intervento rapido marittimo. Rispetto al decennio scorso, ha investito copiosamente per acquistare, testare e sviluppare navi, sottomarini, incrociatori in grado di assicurarle un dominio nella cosiddetta «blue water», ovvero in mare aperto. Non più quindi solo il pattugliamento delle coste, con vascelli ad hoc, ma imbarcazioni e armamenti adatti a giocare un ruolo predominante nell’intera regione, con il duplice scopo di contenere l’influenza americana e di attrarre nell’orbita del regime comunista gli alleati degli Usa. Parallelamente all’orientamento della spesa verso la costruzione di portaerei e incrociatori capaci di ospitare elicotteri e aerei per missioni di pronto intervento, la Cina sta dirottando risorse ingenti nel sistema di difesa antiaerea. Nel 2005 la Marina cinese (Plan) si è arricchita di due incrociatori equipaggiati con radar analoghi all’Aegis americano (il sistema di rilevamento che costituisce parte dell’ossatura dello scudo spaziale) e dotati di missili terra-aria Sam con gittata di 90 chilometri. Il potenziamento della difesa dal mare permetterebbe alla Cina di estendere il suo “range” d’influenza ben oltre la fascia costiera la cui protezione è stata per decenni il perno della dottrina di sicurezza.
Secondo gli analisti statunitensi, Pechino si sta addestrando per un conflitto con Taiwan. David Helvey, assistente segretario della Difesa per gli Affari internazionali, intervenendo a un convegno presso lo Unites States Naval Institute, ha spiegato che ogni mossa del regime è «tesa a neutralizzare le capacità difensive e di reazione di Taiwan e allo stesso tempo di contenere, ritardare e impedire l’intervento di un possibile terzo attore», ovvero gli Usa, nel teatro. L’idea su cui si basa la strategia cinese è tagliare le linee di comunicazione fra Taiwan e l’ingombrante alleato così da chiudere una volta per tutte la contesa.
A conferma della direzione del potenziamento della Marina imboccata dal regime, il <+corsivo>Washington Times<+tondo> venerdì annotava l’aumento della flotta di sommergibili, diesel e nucleari. Secondo il quotidiano conservatore, i sottomarini cinesi Type 094 verranno presto dotati di missili nucleari a medio-lungo raggio (8mila chilometri) che – come ha riferito una fonte della Difesa Usa – «garantiranno alla Cina una moderna e funzionale capacità di deterrenza atomica». Ristretta sì al Pacifico, ma per questo ancora più temibile agli occhi di Washington i cui interessi e tentacoli militari abbracciano tutto il globo.  

Alberto Simoni, 4 marzo 2007

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  Schlesinger, l’ultimo dei kennedyani

Qui il pezzo sull’ex consigliere e amico di JFK.

Alberto Simoni, 2 marzo 2007

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Nativi: I raid saranno massicci. Ma l’attacco non è dietro l’angolo

Al Pentagono il refrain è lo stesso da qualche mese: riportare indietro le lancette dell’orologio. Fuor di metafora, assestare un colpo al programma nucleare iraniano colpendo chirurgicamente gli impianti per la produzione di energia atomica disseminati nel Paese.  Andrea Nativi, direttore della Rivista italiana di difesa, però precisa: «Che i piani d’attacco ci siano è normale e rientra nella logica operativa di qualsiasi Stato Maggiore. E ancora più di quello americano oggi concentrato su un teatro caldo come quello mediorientale». «Ma non significa che la guerra sia dietro l’angolo», puntualizza.

Il ritrovamento di armi e proiettili targati Iran in Iraq potrebbe “accorciare” la strada ad un raid contro Teheran? No. Nucleare e armamenti viaggiano su binari diversi. Ma certo gli Rpg scovati in Iraq aiutano a far vedere al mondo che “cattivo” è il regime iraniano.

Attorno all’Iran però si sta surriscaldando il clima: esercitazioni militari, l’invio di portaerei Usa, toni minacciosi. Crede che Washington abbia idea di come e dove colpire nel caso decidesse di sferrare l’attacco? Alcuni obiettivi sono visibili, individuabili e facili prede. Ma gli iraniani hanno nascosto bene il resto. E nessuno sa con precisione dove si può colpire.

Dal genere di bersagli, dipendono anche le armi da utilizzare. Bombe ad alta penetrazione, ad esempio, contro i siti sotterranei? Un’ipotesi. Si sa che ci sono dei centri, Natanz ad esempio, dove laboratori sono situati a 28 metri sotto terra. E per affossare quelli, gli americani hanno pensato a congegni particolari. Ma i dettagli sono ancora avvolti da mistero. Nel 1991 svilupparono le Gbu-28 per rispondere a un problema. Oggi fanno lo stesso ragionamento.

Raid massicci o bombardamenti chirurgici? Se gli Usa attaccano andranno fino in fondo. Il riferimento è Desert Fox (l’attacco in Iraq del dicembre 1998): 48 ore di bombardamenti a tappeto.

Solo sui siti nucleari? Eh no. A quel punto, distrutto il consenso politico, Washington spingerebbe l’acceleratore per guadagnare il più possibile dal blitz: nel mirino finirebbero il sistema missilistico, alcune navi e il sistema di difesa integrato 

Alberto Simoni, 27 febbraio 2006 

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Jeane Kirkpatrick, la dama dal pugno di ferro

Si è spenta a 80 anni nella sua casa di Bethesda, nei sobborghi di Washington, Jean Kirkpatrick, ambasciatrice all’Onu di Ronald Reagan e prima donna a occupare il prestigioso incarico. La notizia della scomparsa è stata data dal repubblicano Bill Bennett durante un programma radiofonico. Da giovane era rimasta affascinata dalle idee marxiste al punto da unirsi alla sezione giovanile del Partito Socialista d’America. Sul finire degli anni ’60 l’adesione al partito democratico. Ma la delusione per la politica estera della coesistenza con l’Urss di Jimmy Carter la spinse nel 1980 ad avvicinarsi ai conservatori. Un suo articolo nel 1979, “Dictatorship and Double Standards”, attirò l’attenzione di Reagan, il quale, conquistata la Casa Bianca, la nominò ambasciatrice all’Onu. Il marchio della Kirkpatrick è rimasto impresso nella politica estera che gli Usa hanno condotto negli anni ’80. E non solo. Ritenuta uno degli architetti della strategia statunitense in America Latina (la cosiddetta “Dottrina Kirkpatrick” prevedeva il sostegno anche alle dittature pur di contenere l’espansione comunista), la Kirkpatrick toccò il punto più alto della sua carriera nel 1984 a Dallas quando infiammò la platea repubblicana nella Convention del partito che confermò la nomination di Reagan. Ma la “tessera” del Gop la prese solo nel 1985, concluso l’incarico al Palazzo di Vetro. Più che repubblicana la Kirkpatrick era una neoconservatrice. Il suo percorso intellettuale l’accomuna a molti esponenti del gruppo formatosi negli anni ’40 attorno a Irving Kristol anch’egli consulente, come la Kirkpatrick, all’American Enterprise Institute. Cordoglio per la sua scomparsa è stato espresso da George W. Bush: «Ci ha aiutato a vincere la Guerra fredda – ha detto il presidente–. Con la poderosa intelligenza ha difeso la causa della libertà in un momento cruciale della storia del mondo». 

Alberto Simoni, 9 dicembre 2006 

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Negroponte, un “greco” per Reagan

Da Kissinger a Reagan sino a George W. Bush. John Negroponte, 67 anni, è il filo che unisce i tre volti della diplomazia e della politica estera americana degli ultimi 30 anni. Ci hanno provato ad etichettarlo: realista, idealista, pragmatico. Ma lui, “John il greco” (il padre, magnate dell’industria era greco), è sempre sfuggito ai bollini. Non ha una sua agenda da portare avanti. Si adegua al clima, alle circostanze, alle esigenze, dicono di lui. Glielo riconoscono un po’ tutti, democratici e repubblicani. Così quando ci fu da ratificare la sua nomina a Direttore nazionale dell’intelligence, nessuno sollevò obiezioni. Passò di gran carriera anche sui dubbi, pesanti, e le ombre, lunghe, che incombono sul suo passato di ambasciatore Usa (fra il 1981 e il 1984) in Honduras. Da lì, aiutò, alimentò e sostenne la guerriglia anti-sandinista che sfruttava la protezione degli yankee per sfidare il regime del Nicaragua. Nulla di male in un’epoca in cui il contenimento del comunismo era schizofrenico e Reagan aveva concentrato gran parte degli sforzi a “normalizzare” il giardino di casa degli Usa, Sud e Centro America. Più problematico giustificare gli abusi e le torture che le squadre della morte perpetravano su civili e prigionieri. Negroponte smentì ogni accusa. La Cia nel 1997 le riconfermò. Ma in Senato nel febbraio 2005 prevalse l’aspetto bipartisan di John Negroponte, la sua competenza. E forse l’urgenza di trovare qualcuno che desse il calcio d’inizio alla Dni. Prese solo 3 voti contro su 100 e diventò il primo zar dell’intelligence, rango di ministro. Battezzò un dicastero che coordina 16 agenzie di spionaggio e muove 40 miliardi di dollari. Lo ha fatto in punta di piedi, per qualcuno gran sua dote, per altri gran suo limite. Certo, in due anni non ha mai messo i piedi nel piatto di Rumsfeld. Nell’intelligence del Pentagono, la Dia che invece di miliardi di dollari ne ha quasi 80. E li usa per spostare sul globo e lanciare “covert action” ovunque senza il via libera formale del Congresso o della Casa Bianca. Che sia preparato nessuno lo mette in dubbio. Sulla sua indipendenza invece, il Guardian si disse perplesso. Prono al potere, l’accusa che gli mosse il quotidiano londinese. Che per un capo dell’intelligence – che non ha l’obbligo di sostenere la politica del presidente ma quello di fornirgli informazioni vere e credibili, oggettive – non è proprio un gran complimento. Negroponte ha attraversato in punta di piedi 40 anni di storia e diplomazia Usa. L’esordio in Vietnam, dapprima testa di ponte del Consiglio di sicurezza nazionale guidato da Kissinger, e poi ufficiale di collegamento durante i colloqui parigini fra Usa e Vietnam del Nord. Nel febbraio del 1973, si scontrò con Kissinger. Gli accordi di pace non garantivano il Sud, disse Negroponte. E finì ai margini della storia. Sino appunto a Reagan, l’Honduras, base del “negropontismo”. Dalla sua residenza Negroponte ha orchestrato la strategia dei dissidenti in San Salvador e in Guatemala. Inciampò, ovviamente data la sua posizione, pure nell’Iran-Contra. Con Bush senior divenne ambasciatore in Messico, con Clinton si mosse nelle Filippine. Poi alla fine degli anni ’90 scelse l’industria privata e divenne dirigente della McGraw-Hill. Sino al ritorno. Grazie a George W. Bush, il quale riportò in auge anche Eliott Abrams e Otto Reich, “macchiati” pure loro con l’Iran-Contra.
Prima la nomina ad ambasciatore Usa all’Onu (dal 2001 al 2004), poi il trasferimento a Baghdad. Quindi il rientro a Washington e la nomina a capo dell’intelligence. Alcuni analisti dissero che la Casa Bianca non era soddisfatta del feeling fra Negroponte e Allawi, il premier ad interim e già ex informatore della Cia. Due anni dopo, Negroponte ha chiuso con lo spionaggio. Fra pochi giorni diventerà il vice della Rice e si occuperà di implementare la strategia Usa in Iraq. Prima dell’addio però ha pensato bene di far arrabbiare il Pakistan. 

Alberto Simoni,  14 gennaio 

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