IL MONDO DI WOLFIE

Crist? Addio sogni senatoriali. Marc Rubio è in vantaggio di 32 punti.

La trasparenza di Barack Obama... La stampa? Fuori di qui.

KARL’S VERSION

Karl Rove racconta la campagna elettorale del 2000. E ammette qualche errore: come non aver previsto e giocato d’anticipo sulla storia che Bush nel 1976 a Kennebunkport fu multato per guida in stato d’ebbrezza. La storia venne fuori 5 giorni prima del voto e secondo Rove costò a Bush la perdita di cinque Stati.

Wolfie endorses this great story by a colleague of mine

di Luca Miele

L’ultimo “successo” per l’esercito cinese è stato il varo di un sistema di intercettazione missilistica. Facile da leggere il destinatario “simbolico” dell’operazione: Taiwan e il suo protettore, gli Usa. Era lecito aspettarsi dai dati della spesa militare cinese, diffusi ieri, una nuova esibizione muscolare. Che invece non c’è stata. A sorpresa la Cina ha annunciato un aumento per il 2010 del 7,5 per cento. Aumento “contenuto”: per la prima volta dal 1989 il budget militare cresce con un tasso a una sola cifra, lo scorso anno la crescita era stata del 14,9%, del 17,8 nel 2007. Cifre peraltro sottostimate secondo gli Stati Uniti.

Il portavoce governativo Li Zhaoxing ha spiegato che la Cina «ha preso la strada dello sviluppo pacifico e di una politica militare difensiva». Li ha precisato che l’aumento – che in cifra assoluta porterà la spesa per la difesa di Pechino a 532.115 miliardi di yuan (circa 53 miliardi di euro) – verrà proposto per l’approvazione ai tremila delegati dell’Assemblea Nazionale del Popolo (Npc), il Parlamento cinese, che si riunisce a Pechino da oggi per la sua sessione annuale. Non solo: una parte dei fondi servirà cioè a migliorare la qualità di vita dei soldati.

Come spiegare questa “contrazione” che peraltro cade in un periodo di grosse tensioni tra la Pechino e Washington (accesi anche dalla vendita di armi americane per 6,4 miliardi di dollari a Taiwan)? Tai Ming Cheung, esperto di problemi militari cinesi, ritiene che nel contenimento del budget si possa leggere anche un «ramoscello d’ulivo» teso a Taiwan (e agli Usa). In realtà a dettare il rallentamento potrebbe essere stata anche la situazione economica della Cina alle prese con la crisi internazionale. Pechino sta infatti continuando ad iniettare «stimoli» all’economia del Paese, in modo da immunizzare l’economia dagli effetti della crisi finanziaria mondiale. La Cina sta giocando la partita, sostenendo le imprese, che stanno beneficiando di finanziamenti statali per 4mila miliardi di yuan. Wei Jie, professore di economia all’Università Qinghua a Pechino, spiega che «l’economia non ha ancora recuperato il livello voluto e il governo ancora deve lavorare sulle 3 fonti della nostra economia: esportazione, consumo interno e investimenti».

Una crescita più contenuta delle spese militari è «comprensibile» anche per l’ex generale Xu Guangyu. «La comunità internazionale chiede alla Cina di assumersi sempre maggiori responsabilità globali, per esempio nella lotta alla pirateria al largo della Somalia e un aumento intorno al 10% sarebbe stato più opportuno». Xu, che spesso commenta i problemi militari sui giornali cinesi, ritiene che nei prossimi anni le spese per la difesa dovranno aumentare «almeno allo stesso ritmo del Prodotto interno lordo».

Qualunque “mossa” cinese va inquadrata nell’ambito delle relazioni con gli Usa: la posta in gioco è la leadership mondiale. Gli Stati Uniti non hanno mai nascosto la loro intenzione di contenere la crescente influenza (anche militare) della Cina, come testimonia la grande attenzione che a Pechino è riservata nel rapporto strategico pubblicato ogni 4 anni dal Pentagono (Quadriennal Defense Review).

La precedente revisione del 2006 si era concentrata, non a caso, sulla minaccia di una vasta guerra convenzionale con la Cina e sulle minacce di Pechino a Taiwan. Conflitto che nel nuovo dossier – diffuso a febbraio – viene rivisitato con un occhio alle cyberguerre e alla possibilità che la Cina possa colpire e paralizzare preventivamente le difese avversarie. Ma il Pentagono ha diminuito il potenziale pericolo di un conflitto convenzionale con la Cina, considerando altri scenari () più urgenti. La portaerei Nimitz il 17 febbraio è arrivata nelle acque di Hong Kong.

Sarà divertente la caccia ai voti per far passare la riforma della sanità alla Camera…

E l’aborto rischia di far deragliare tutto.

.. Speriamo sia avvincente, interessante, illuminante,  entusiasmante, denso, favoloso, dettagliato, preciso,  originale, colto, raffinato, romantico e battagliero come il primo Going Rogue.

… Ma ovviamente ne dubito. Un capolavoro in una vita è più che sufficiente e decisamente sopra la media.

Ecco l’annucio cui nessuno saprà resistere.

di Alberto Simoni

Obama pigia sull’acceleratore. La Casa Bianca sente il profumo del traguardo. Se sarà acre come la sconfitta o dolce come la vittoria, è un’incognita.
Il presidente ieri ha tentato l’allungo decisivo. La riforma della sanità è in cima alle sue preoccupazioni e malgrado le battute d’arresto, la sensazione è che l’Amministrazione e il Congresso (fronte democratico) siano pronti ad afferrare un’occasione storica. Certo la riforma che metterà mano all’health care, una macchina da 2500 miliardi di dollari, un sesto dell’economia Usa, è ben lontana da quel piano ambizioso, mutua pubblica e fine dello stillicidio di americani (47 milioni) senza copertura medica, immaginato all’inizio. Tutto smontato in pochi mesi sotto la spinta di un Congresso sempre meno disposto a spendersi per un tema che tocca i nervi scoperti degli elettori-contribuenti.
Per l’ultimo «chilometro» Barack Obama ha scelto l’ennesimo compromesso e tenuto un discorso nell’East Room davanti a medici, operatori sanitari, esperti. Ma i destinatari erano i legislatori. Obama è stato perentorio: sì voti sì o no entro poche settimane, ha detto. Fonti della Casa Bianca hanno riferito che la scadenza è il 18 marzo. Obama ha teso la mano ai repubblicani dicendo che inserirà nel suo testo le loro «migliori idee» su tasse, misure anti-frodi e aumento dei rimborsi per i medici del Medicaid. «Sono aperto a queste proposte nello spirito». Troppo poco comunque per i repubblicani che del «no» alla riforma hanno fatto una bandiera sperando di uscire vittoriosi dal duello elettorale di novembre.
Obama ha scritto al Congresso chiedendo di «finire presto il lavoro». «Gli americani – ha affermato il presidente – vogliono sapere se è ancora possibile per Washington portare avanti i propri interessi e il proprio futuro. Attendono che agiamo e noi andiamo avanti». Obama è realista, sa che la maggioranza degli statunitensi è scettica, quando non ostile, al piano dei democratici sulla sanità.
Ma tira dritto «sordo» ai sondaggi. «Non so – ha ribadito il presidente – se questo avrà un peso politico. So solo che è la cosa giusta da fare». «Non credo – ha continuato Obama – che dobbiamo dare più controllo sulla sanità ai burocrati o alle compagnie assicuratrici. Credo piuttosto che sia arrivato il momento di dare agli americani più controllo sulla loro copertura sanitaria». Ecco perché «tutto quello che c’era da dire è stato detto, tutti i dibattiti che c’erano da fare sono stati fatti. Ora è venuto il momento di prendere decisioni su come far andare avanti la riforma sanitaria».
Obama mette sul piatto il suo peso politico e il suo carisma; agli ex colleghi del Senato e della Camera il compito di raccogliere i voti necessari per dare vita al cambiamento. Impresa non facilissima, anche se dalle riunioni a porte chiuse è spuntato un accordo sulla cosiddetta «reconciliation», la concertazione, una discussa quanto utile procedura, sorta nel 1974 e usata finora 22 volte ma sempre e solo su questioni finanziarie. Serve per abbassare la soglia della maggioranza al Senato a 51 voti dai 60 richiesti (su 100 senatori). Parlando dalla East Room Obama ha spalancato le porte all’adozione della procedure di «reconciliation» senza nominarla . È tempo di approvare la riforma «se necessario anche senza l’apporto dei repubblicani, con un semplice voto di maggioranza». Mossa politicamente azzardata ma non insolita. Bush in fondo vi ricorse per far approvare il massiccio taglio alle tasse del 2001 (e una decina di democratici lo sostennero).
La Camera potrebbe votare il testo licenziato dal Senato. Le correzioni, sostanziali, apportate da Obama sarebbero invece oggetto di concertazione, con quorum abbassato. Occhi puntati a questo punto quindi su Nancy Pelosi e i suoi deputati alla Camera. Tutti in cerca di rielezione e facilmente impressionabili dagli umori degli elettori.

PERRY BIG WIN

– Sen. Kay Bailey Hutchison concedes Texas GOP primary to incumbent Gov. Rick Perry; Democrat Bill White claims win.

OCCHIO AL TEXAS

Giornata decisiva in Texas, Perry vs Bailey Hutchinson per le primarie del Gop

Obama vuole il voto sull’health care. Vuole costringere la Camera a votare il testo del Senato e poi un secondo pacchetto sotto la cosiddetta “reconciliation” che al Senato toglie la soglia dei 60 voti e abbassa a 51 il numero magico per approvare le leggi. Di solito si usa per le spese e il budget, ora Obama vorrebbe applicarlo anche per la riforma dell’health care. I repubblicani promettono battaglia. Ma è alla Camera la sfida decisiva. Ballano infatti (pro Obama) 4 voti. E in novembre si vota.

Oggi Bob Gates presenterà a Obama la Nuclear Posture Review. Secondo alcune anticipazioni la strategia nucleare di Obama prevede la riduzione “spettacolare” dell’arsenale ma manterrà il diritto allo strike first

Tempi duri per i democratici moderati. E non solo.

Blanche rischia il seggio.

Rahm- Lindsey, la strana coppia. Dove regna lo spirito bipartisan. E pure tanta chiarezza.

Obama accelera sull’health care. E pensa al piano B. Ma sempre meno americani ormai lo seguono.

La  corsa alla Casa Bianca comincia sempre con un tour, un discorso, un happening, magari solo una riunione in qualche angolo dell’Iowa. Tim Pawlenty knows the lesson

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