IL MONDO DI WOLFIE

IT’S HUNTSMAN TIME

иконографияПравославни икониHuntsman live (su Fox News) annuncia la candidatura alla nomination.

LA CORSA DEL CINESE JON

Alla Casa Bianca guardano con un po’ di preoccupazione la corsa alla nomination del Gop di Jon Huntsman, ex ambasciatore a Pechino, governatore dello Utah e soprattutto con ottime credenziali.

DOVE ERAVAMO RIMASTI?

Wolfie si è preso una lunga pausa, definirla vacanza sarebbe fuorviante. E’ nato nel frattempo Risiko (www.lastampa.it/simoni) dove Wolfie si occupa di questioni strategico/militari. Niente di hard, qualche notizia in pillole. Ora però mentre si affaccia una nuova stagione elettorale negli Stati Uniti e la conferma di Obama – ad oggi – is not a foregone conclusion, bè mettere gli occhi su quanto accade oltreoceano diventa un must. Torniamo quindi a segnarlare, postare, scrivere, commentare le vicende di Washington. Senza affanni. Per le questioni più strategiche vi aspetto su Risiko.

Intanto per gli appassionati del genere “Us Elections”, tre suggestioni

1) Mike Huckabee non ha ancora deciso chi appoggiare. La sua mancata partecipazione alle primarie  ha lasciato una voragine e il suo sostegno sarà prezioso per chiunque. 

2) Mitt Romney è decisamente in pole position. Oserei dire troppo in pole position. E con troppi scheletri nell’armadio, la vecchia storia trita e ritrita della sua fede mormone e la riforma della sanità da governatore del Massachusetts non lo aiuteranno. Su questi punti – soprattutto il secondo, signori l’America oggi ha voglia di parlare di cose concrete, money, business and job not faith, – nessuno gli farà sconti. Vincerà le primarie se si mostrerà più relaxed, più vicino ai bisogni della gente. E avrà bisogno di usare “la pancia” non solo la testa per parlare agli elettori.

 3) Michelle Bachmann è solida, idee chiare, principi cari ai social conservative e liberista il giusto. Fra lei e Palin non c’è gara a livello di preparazione. Come dice David Axelrod, se Bachmann vince in Iowa può andare lontano. Forse gli farebbe comodo però, perché Bachmann, 55 anni, se dovesse prendere la nomination del Gop difficilmente riuscirebbe a convincere gli indipendenti di essere una moderata e strappare così voti a Obama. Ma per queste congetture c’è tempo.

ИкониIl Kentucky è uno Stato diviso in due: il Sud profuma già di “Sud”. Insomma il Tennesseee è lì, l’influenza della Bible Belt è evidente. In alcune zone ci sono più chiese che persone. Il Nord, la zona di Louisville, ha invece le sembianze di una grande città. Traffico (non irresisitibile) e business industriale. La sfida fra Rand Paul e Jack Conway è molto bella e riflette lo spirito del Kentucky. Qui il mio reportage dal Kentucky

LA GUERRA DELLE DONNE

In California, Carly Fiorina vs Barbara Boxer. Wolfie le ha seguite per La STAMPA

E’ trascorso un po’ di tempo dall’ultimo post. Diciamo che Wolfie, come il suo Avatar, ha dovuto abituarsi al nuovo ritmo di vita, alle nuove mansioni and so on. Da oggi comunque Wolfie ha un fratellino. Si chiama Risiko e ha trovato una grande casa che lo ospita, La Stampa. Per chi volesse seguire le questioni (bè, alcune) strategiche e militari del globo (un po’ presuntuoso come obiettivo) Risiko si trova a questo indirizzo Web: www.lastampa.it/simoni.

Wolfie continuerà – o meglio riprenderà – a funzionare nei prossimi giorni e continuerà a tenere un occhio alla politica statunitense. Risiko si occuperà d’altro anche se ovviamente avrà una particolare attenzione verso la strategia americana. Aspetto vostri commenti sul mio nuovo blog. Ma non dimenticatevi di Wolfie, mi raccomando

Così, senza preamboli. Take a look.

Immigrazione e denatalità, Ue a crescita “quasi” zero

Vado qui, ovvero torno a respirare per  una settimana, l’aria salubre e intatta del Trentino dove sono nato e cresciuto fino alla “veneranda” età di 19 anni. E dove quando c’è bisogno di ricaricare le pile torno volentieri. Wolfie viene con me. Se avrà tempo, mentre io inforcherò la bicicletta per scalare qualche bel “passo”, posterà qualcosa. Altrimenti ci vediamo il 28.

La porta "sud" di Tione di Trento

Un occhio a Elena Kagan e alle sue prese di posizione su aborto, libertà religiosa suicidio assistito e altri temi “caldi”.

Joe Biden in Sud Africa per l’esordio della nazionale Usa contro gli Stati Uniti nella Coppa del Mondo. E come al solito regala qualche bella e gustosa dichiarazione

Joe Biden e la moglie

Intervista di Obama a The Politico: alcuni deputati ipocriti sulle trivellazioni.

Obama mangia gamberetti in un ristorante in Louisiana

Romney “vince” il sondaggio sulle primarie in Iowa. Ma la cosa divertente è che nessuno degli aspiranti (tranne Romney, Palin e Gingrich) è sconosciuto dalle parti di Des Moines. Gente tipo Daniels o Thune..

The Politico fa un bel servizio sui vincitori di queste primarie: il conto è presto detto. Allora come sono andati i candidati “endorsati” dai big repubblicani. Bene quelli vicino a Palin e Romney. Not so good quelli di Huckabee che ha speso molti soldi della sua PAC per sostenere il cavallo sbagliato.

Su queste cose Halperin è imbattibile.

L’ULTIMA NOTIZIA, LA RECENSIONE

di Alberto Simoni

La notizia non convincerà gli “smanettoni” del Web, i moderni dandy iper tecnologici che si abbeverano al mito di Google e di Apple, o chi considera la Rete l’incarnazione (ovviamente perfetta) della democrazia moderna. Ma in un mondo che sta plasmando le nuove frontiere dell’informazione, il punto di partenza è che «a dettare direzione e ritmo del cammino, in ultima analisi, non dovrà essere la tecnologia ma l’antropologia».
Massimo Gaggi, inviato del «Corriere della Sera» a New York, e Marco Bardazzi, giornalista de «La Stampa» e per 9 anni corrispondente dell’«Ansa» negli Stati Uniti, non sono due luddisti del 21esimo secolo allergici all’evoluzione dei media.
Tutt’altro. Si muovono a loro agio fra tecnologia e multimedialità. Ne conoscono il linguaggio e le potenzialità ma non ne restano travolti.
Scorrendo le pagine del loro L’ultima notizia. Dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell’era di vetro (Rizzoli), il lettore ne esce confortato, sollevato e persino esaltato dalle prospettive che attendono il mondo dei media. Gli autori snocciolano dati e li analizzano in modo acuto, raccontano aneddoti e storie, descrivono situazioni scegliendo punti di osservazione poliedrici.
Smontano miti, come quello dei blogger cacciatori di notizie che in realtà nel 95% dei casi sono prese (“linkate”) dai siti Web delle grandi testate; e lanciano moniti agli stessi giornalisti chiamati a «cambiare pelle per sopravvivere nel mondo dell’informazione» al tempo del Web. E agli editori, incappati agli albori di Internet nell’illusione di poter vivere di introiti pubblicitari e ora costretti, sotto la spinta del magnate australiano Rupert Murdoch, a imporre un balzello per l’accesso ai giornali e agli articoli on-line.
“Social network” come Facebook e Twitter, blog, aggregatori di notizie, iPad, Kindle, sono solo la punta dell’iceberg della rivoluzione che l’informazione sta vivendo. Ma come ogni grande cambiamento, nella fase di transizione la dialettica fra luci e ombre è dominante.
Perché se nei prossimi anni il quotidiano cartaceo come lo conosciamo oggi sarà un lusso per le élite, non è ancora così evidente a cosa il cittadino si appoggerà per informarsi. Né come pubblicitari ed editori si muoveranno. Né quali saranno i contraccolpi politici se solo pensiamo a come la rivolta in Iran è stata veicolata tramite Twitter. Scrivono gli autori: «Gutenberg va in pensione lasciando spazio non a un successore definito, ma a un magma ribollente di tecnologie digitali e di nuovi modelli informativi».
Di sicuro il futuro sarà multipiattaforma e l’informazione on-line non più totalmente gratuita, sostengono Gaggi e Bardazzi.
Il modello del “tutto free” non potrà che tramontare. Gli editori non hanno scelta dinanzi al crollo delle entrate dalla pubblicità. E pure i giornalisti dovranno adeguarsi ai cambiamenti. Dovranno saper fondere digitale e cartaceo ed essere capaci di saltare da una piattaforma all’altra. Ma soprattutto il giornalismo sarà destinato all’irrilevanza se perderà di vista la sua stessa natura, quella di essere organizzato e orientato «alla promozione e al rispetto di una certa immagine di persone e del bene comune». Sta qui il primato dell’antropologia sulla tecnologia. Perché se «l’informazione del futuro è già pronta a risorgere da ceneri tutt’altro che spente», ci vuole comunque qualcuno che la guidi tenendo bene impressa nella mente l’idea stessa di uomo.

L'ultimaa notizia, M. Bardazzi-M. Gaggi

DI ALBERTO SIMONI

L e sanzioni sono «un chiaro messaggio a Teheran» dice Barack Obama. «Le gette­remo nella spazzatura», replica a stretto giro di posta Mahmoud Ahmadinejad per il quale la risoluzione «non vale un centesimo». La quarta tornata, dal dicembre del 2006, di misure punitive votate dal Consiglio di sicu­rezza dell’Onu contro l’Iran per il suo pro­gramma nucleare, non sposta di una virgola il “gioco” delle parti. Con l’America a brindare per l’inasprimento delle sanzioni, «le più se­vere » le ha definite la Casa Bianca; e l’Iran ad alzare la posta. Dapprima notificando all’Aiea che l’arricchimento dell’uranio continuerà e poi con la promessa del Majilis, il Parlamento iraniano, di rivedere la cooperazione con l’A­genzia Onu per il nucleare. Reazioni dure ma in fondo prevedibili, in linea con le premesse e le promesse. Ieri al Palazzo di Vetro nessuna voce ha cantato fuori dal co­ro.

Quasi tutti allineati dietro la risoluzione pre­sentata dagli Usa e sostenuta da Francia e Gran Bretagna e passata con 12 sì, due no e un aste­nuto. Via libera di Cina e Russia guadagnato ammorbidendo il testo e ignorando il com­parto energetico. Così Pechino ha potuto dire che il succo delle sanzioni «è riportare l’Iran al tavolo dei negoziati» aggiungendo poi di au­spicare che Teheran si adegui ai contenuti del­le 10 pagine (più 4 annessi con la lista nera del­le società e degli individui «banditi) della riso­luzione. Le sanzioni, per Mosca, «escludono l’uso della forza» e sono «una misura obbliga­ta » secondo il suo ambasciatore all’Onu, Vitaly Churkin. A vo­tare contro il provvedimen­to Turchia e Brasile (si è a­stenuto il Li­bano), i due Paesi che il 17 maggio avevano siglato a Teheran l’accordo per il trasferimento dell’uranio debolmente ar­ricchito proprio in Turchia in cambio di com­bustibile nucleare per il centro di ricerca me­dica di Teheran. L’ambasciatore brasiliano ha parlato di sanzioni «inefficaci», facendo l’eco alle parole pronunciate in mattinata da Putin. In un’intervista all’Afp il premier aveva detto: «Nuove sanzioni come quelle che saranno ap­provate all’Onu saranno inefficaci». Israele in­vece le ha definite «un passo importante» ma «non sufficiente».

Sia Washington sia l’Unione europea hanno fatto sapere di essere pronte a imporre unila­teralmente altre sanzioni (sia Usa sia Ue han­no già in atto provvedimenti restrittivi ad hoc contro società e individui della Repubblica i­slamica). Ma se c’è l’intenzione di andare fino in fondo, la porta del dialogo resta aperta. Lo ha ribadito ieri lo stesso Barack Obama. Se le «sanzioni sono un messaggio inequivocabile sulle intenzioni della comunità internaziona­le », ha detto il capo della Casa Bianca, è pari­menti vero che gli Stati Uniti non chiudono le porte alla diplomazia. E ritengono un diritto dell’Iran aver «accesso all’energia nucleare pa­cifica ». Ciò che chiede l’America (e non da o­ra) è che non vi siano ambiguità nel program­ma atomico della Repubblica islamica. «Fino a quando le preoccupazioni del mondo sulla sfida nucleare saranno dissolte, dobbiamo la­vorare insieme per garantire che le sanzioni di questa risoluzione siano pienamente e ferma­mente implementate«, ha detto l’ambasciatri­ce Usa all’Onu Susan Rice dopo il voto.

La nuova tornata di sanzioni colpisce fra l’al­tro tre aziende controllate dall’Irisl (compa­gnia che gestisce i cargo) e 15 legate ai Pasda­ran. Fra l’altro autorizza ispezioni in mare a­perto alle imbarcazioni sospette. (Questo ca­pitolo è lasciato però alla discrezione dei sin­goli Stati). Altre 40 compagnie si aggiungeran­no alla «lista nera» dell’Onu e i loro asset nel mondo saranno congelati se le società saran­no sospettate di aver un ruolo nel programma atomico o missilistico. Colpite anche le filiali all’estero di alcune banche e una persona, il capo del programma atomico di Isfahan, Ja­vad Rahiqi. Per lui divieto di espatrio e conge­lamento dei beni all’estero.

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