IL MONDO DI WOLFIE

TRA MOGLIE E MARITO…

Ancora sul caso Palin. Qui, the Politico, pubblica lo scambio di email fra Palin e Schmidt sull’appartenenze di Todd Palin al partito indipendentista dell’Alaska.

Sarah Palin

Sarah Palin

Capisco le ragioni del portafoglio, ma trasformare il Washington Post, uno dei più prestigiosi giornali del mondo (e il più informato sulla politica Usa) in “agente al servizio” dei lobbysti, mi sembra francamente un’idea pessima.

Dopo il controverso voto sul pacchetto sul clima (con 44 democratici che si sono sfilati dalla proposta della Casa Bianca) i repubblicani confidano di poter mettere in difficoltà quei deputati che hanno sostenuto la Pelosi.  Sono deputati di distretti industriali o comunque fortemente colpiti dalle nuove regole imposte dalla legge sul clima. Se vogliono riconquistare posizioni, i repubblicani hanno certamente bisogno di nuove idee e di una piattaforma politica coerente o quantomeno convincente su alcuni punti. Ma certo la strategia organizzativa conta. E il leader della RNC, Michael Steele, sulla sua abilità di organizzatore ha puntato le fiches.  E poi vinto conquistando la “segreteria” del Partito dell’elefante. Nel 2010 la sfida si gioca quindi – come sempre – nei distretti dove “l’incumbent” appare debole, non più in sintonia con i suoi elettori. E non dimentichiamo che nel 2010 alle Midterm election non ci sarà il traino di Obama. O se ci sarà sarà comunque marginale e nettamente inferiore all’impatto che la sua candidatura per la White House ha avuto nel 2008. Ma la strada per il Gop è ancora in salita.

Il clima e la discussione sull’ambiente offre una chance al partito per riposizionarsi. Ma la politica dei no e delle “tasse sull’energia” non può durare in eterno. La sanità offrirà una tribuna ancora più ghiotta. Ma il Gop dovrà seguire l’esempio di McCain che una ricetta sulla sanità comunque l’aveva. E non limitarsi a dire no perché di no. La difesa delle compagnia assicurative, dei capisaldi del credo liberista e conservatore, l’ostilità al Big Government restano bastioni. Ma non bastano più per affermare la forza del conservatorismo moderno.  Sempre che una sintesi sia possibile.

w.

PALIN E LA GUERRA NEL GOP

Signori, questo è stupendo...La guerra fra i repubblicani su Sarah Palin.

Non conta nulla, ma Wolfie sta con Bill. E non solo per amicizia…

kristol

CNN: Minnesota’s Supreme Court has declared Democrat Al Franken the winner of the state’s disputed U.S. Senate race.

CHI SONO I NEMICI DI OBAMA

I nemici di Barack Obama stanno sotto lo stesso tetto. Sono democratici, blue dog e sono allergici al potere federale. Vengono anche da Stati del Midwest e non a fortissima vocazione industriale. In 44 ala Camera hanno votato il pacchetto sul climate change, che si è salvato solo grazie all’appoggio di 8 repubblicani.

Ora la sfida è sull’health care, altro tema scottante, anche più del “clima surriscaldato”…

UN CONDOM IN PRIGIONE

Anche questi sono problemi. Liquidarli come problemi del c—- oltre a non essere elegante è sbagliato.

Gli endorsement di Cheney.

E le speranze per una (improbabile) ascesa del Gop ad Obamaland

SCOTUS REVERSED

La Corte suprema rovescia una sentenza del giudice di corte d’appello Sonia Sotomayor sulla querelle fra vigili del fuoco bianchi e un concorso cancellato perché non c’erano abbastanza promossi fra i rappresentanti delle minoranze….

Ne risentiremo parlare…

I pundits cominciano a fare pronostici su chi nel 2012, fronte repubblicano, affronterà Barack Obama.

Qui un bel pezzo di The Politico su come si sta muovendo la gang di Romney

Il vero cambio (timido) di linea è di ieri quando Obama ha detto in pratica che con un regime del genere le strade del dialogo diventano più irte…Certo lui ci proverà ancora. Giustamente, aggiungo. Se hai due obiettivi: nucleare e terrorismo. E la democrazia in Iran non ti entusiasma più di tanto, il dialogo, la deterrenza, il contenimento e la Realpolitik in soldoni sono le strade più efficaci. Forse.

La prima vera vittoria di Obama: il bill sul climate change. Anche se l’esiguo margine con cui il provvedimento è passato alla Camera lascia intendere che Obama avrà qualche difficoltà a portare avanti la sua agenda riformista. Il prossimo scoglio è l’health care. Ma Obama una lezione del passato l’ha già imparata. Sono i primi due anni di governo (e ancora più i primi 12-15 mesi)  quelli in cui si può realmente cambiare le cose e portare avanti la propria piattaforma.

LA VOCE CHE TI CAMBIA LA VITA

Wolfie tende a non occuparsi di cose nostrane o comunque cose che non abbiamo a che fare con gli States. Faccio volentieri un’eccezione stavolta per presentare al volo – senza pretesa di farne una recensione – questo libro, molto interessante, scritto con leggerezza e gusto, di CIRO IMPARATO, doppiatore di professione ma direi soprattutto un grande comunicatore….Attraverso la voce.

Si parla spesso di immagini, di flash e di foto che fissano un momento. Spesso ci dimentichiamo di quando la voce sia seducente, convincente, ma anche avvilente e distruttiva. La si può usare per vincere, per convincere e per scalare le vette.

Penso a Rush Limbaugh. O al modo di Barack Obama di modulare il tono. Già gli antichi greci si occupavano di Retorica. Cicerone era maestro di oratoria. Ma senza la voce nulla può raggiungere il fine.

Wolfie ha già letto il libro. Ma se questa estate in spiaggia o in montagna non sapete cosa portarvi, fidatevi. Da Imparato si può “imparare” qualcosa di nuovo.

Niente male.

Ciro Imparato: "La tua voce può cambiarti la vita"

Ciro Imparato: "La tua voce può cambiarti la vita"

avvenire-logo.gifdi Alberto Simoni

Reza Bulorchi è il direttore esecutivo della Us Alliance for Democratic Iran (Usadiran), think tank di Washington che mantiene fisso l’obiettivo su Teheran. «I primi giorni la gente chiedeva dove era finito il proprio voto. Ora no, la protesta è andata oltre», dice ad Avvenire
Signor Bulorchi, alcuni analisti ritengono che le manifestazioni studentesche del 1999 erano più radicali. E che oggi i manifestanti non vogliono una rivoluzione, ma una riforma interna del sistema. Condivide?
No. La rabbia della gente è contro il sistema, contro la Repubblica islamica. Nei primi giorni ci si limitava a chiedere elezioni regolari, ma poi la protesta è andata oltre. Basta guardare alla composizione della folla. Non sono solo studenti. Con il 1999 ci sono differenze, è vero, ma oggi tutta la società iraniana si è unita nel chiedere libertà e democrazia.
Parole che sembrano spaventare Obama. La sua Amministrazione è parsa timida. Crede che questo possa danneggiare i manifestanti?
La gente vuole un Paese libero e secolarizzato. Questo regime non è legittimo. È chiaro che ci vorrebbe uno sforzo internazionale coordinato per sostenere un cambiamento del regime. E molti sono in disaccordo con quanto l’Amministrazione democratica sta facendo. Obama ha parlato di diritti umani, si è detto indignato. Eppure non è pronto per fare ulteriori passi in avanti. Vuole tenere aperte le porte per i negoziati. Ma come può pensare di trattare con un regime che ha ucciso la sua stessa gente?
Obama ha scartato il “regime change” dalle alternative…
Sì. Bush invece la riteneva un’opzione valida. Eppure anche se il 43esimo presidente era più duro, non ha però fatto nulla in concreto. La comunità internazionale invece può agire. Come ha fatto con il Sudafrica isolandolo ai tempi dell’apartheid.
Ai vertici del regime c’è un braccio di ferro. Terrà l’alleanza fra Ahmadinejad e Khamenei?
I due hanno visioni differenti. Nel 2005 l’ayatollah per garantire la sopravvivenza del regime strinse un patto con Ahmadinejad, allora praticamente uno sconosciuto. Con lui al potere sono arrivati però i militari, ormai presenti ovunque nella società iraniana: dall’economia alle scelte strategiche. Ma a quale prezzo questa intesa? Molto alto. Adesso i dissapori sono di dominio pubblico e su questi fa leva Rafsanjani per far scoppiare l’asse fra i due uomini più potenti del Paese. Comunque ciò che stiamo vedendo oggi è l’inizio della fine del regime.
Ritiene quindi che assisteremo all’epilogo della Repubblica islamica?
Non oggi, magari nemmeno fra 3 mesi o due anni. Ma siamo, ripeto, all’inizio della fine. Ci vogliono fattori sia esterni che interni per far cadere l’impianto della Repubblica islamica, ma è un processo ormai non più reversibile. Ci sono milioni di persone che dicono no ogni giorno alla Repubblica islamica e sempre di più premono per l’isolamento dell’Iran. È solo questione di tempo.
Abbiamo visto fermento fra gli iraniani in America. I vari gruppi della diaspora sono uniti su cosa vogliono?
Abbiamo diverse piattaforme. Ma certo che a Washington e New York nei giorni scorsi ci sono state manifestazioni con decine di migliaia di iraniani che chiedevano una cambiamento democratico. Su questo, al di là delle differenze delle piattaforme politiche dei vari gruppi, c’è sintonia totale.

Il ritorno dei repubblicani. Sarà vero? Certo è che Obama ormai qualche errorino lo ha commesso.

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